Santarella, le immagini della vergogna. A 48 ore dal rogo, fuochi nella centrale

altIl caso – Tra topi e immondizia di ogni genere, in mezzo alle macerie, i senzatetto hanno ripreso la vita di sempre
Nell’indifferenza delle istituzioni, i disperati sono già tornati. E cucinano tra i rifiuti

Forse sarebbe bastato pubblicare le immagini che vedete intorno al testo, senza null’altro, per denunciare una delle più incredibili vergogne di questa città. Ma, tutto sommato, sarebbe anche stato fin troppo facile. È bene, invece, abbondare con i dettagli per una situazione che, a due passi dalle intasate vie dello shopping natalizio, sembra assumere di ora in ora i contorni della fantascienza più spinta.
Siamo sempre nella Santarella, l’ex centrale termica a servizio dell’impero tessile

chiamato – fino al 1980 – Ticosa. Negli ultimi tre giorni, l’edificio è stato, ma in realtà sarebbe più giusto dire che è tornato, al centro della cronaca per quanto accaduto sabato sera. Quando, pochi minuti prima delle 22, un violento incendio si è sviluppato tra le mura dell’ex centrale termica. Nessun inverosimile fenomeno di autocombustione, ovviamente. Al contrario, l’umanissima presenza del solito – sì, il solito – gruppo di disperati che nei ruderi del passato industriale di Como ha eletto il proprio domicilio. Una candela accesa dagli ospiti, probabilmente, all’origine delle fiamme.
Ciò che ne è conseguito, ormai, è storia nota: il rogo che intacca le baracche di legno costruite (negli anni) dai senzatetto, l’incendio che si propaga rapidamente, l’intervento di vigili del fuoco, polizia e polizia locale che permette di domare le fiamme e trarre in salvo 3 homeless.
Ne è conseguito, come sempre accade, un grande spiegamento di polemiche e proteste, articoli di giornale e servizi televisivi. Tutti – legittimamente – scandalizzati e indignati. E poi, via con le rassicurazioni, Comune in testa: «Sigilleremo l’area, aiuteremo i senzatetto, prima o poi recupereremo l’intera zona». Insomma, il classico caso da manuale, sotto ogni profilo: fattaccio in un luogo simbolo della città, clamore generale, rapido dimenticatoio, sollievo di massa.
Purtroppo, però, il destino – che a Como, spesso, fa rima con noncuranza – in questo caso ha tradito la sceneggiatura già scritta. E ieri pomeriggio, alle telecamere di Etv, si è offerto uno spettacolo che dovrebbe suonare come uno schiaffo alla coscienza civica di un capoluogo, alla sua classe politica (quella che da trent’anni non risolve il problema Ticosa) e ai tutori della sicurezza (in quest’ultimo caso, anche al netto delle legittime recriminazioni del Sindacato autonomo di polizia, che denuncia i brutali tagli del governo e l’impossibilità degli agenti di improvvisarsi anche assistenti sociali).
Resta il fatto, però, che – concendendo a ogni attore della vita sociale di Como le proprie attenuanti – è inconcepibile che due giorni dopo una potenziale strage, alla Santarella siano già tornati i disperati. È assurdo che nessuno abbia provveduto, subito dopo il rogo di sabato scorso, a murare gli ingressi, a impedire gli accessi abusivi a quella topaia di cemento e a chiudere (almeno in via temporanea) la “reception” del Grand Hotel Santarella al popolo di fantasmi e vagabondi che sopravvive a se stesso in mezzo ai topi e alla sporcizia.
È vergognoso, oggi, che qualcuno possa ancora appellarsi al “non ne sapevo niente”, quando chiunque – ma veramente chiunque – passi da viale Innocenzo a qualunque ora del giorno e della notte, può vedere i senzatetto entrare e uscire dall’ex centrale termica come fossero le porte di un pensionato qualunque. Tante indecenze, dunque. Che forse potevano passare (fintamente) inosservate, fino a sabato. O persino fino a ieri. Ma le immagini catturate ieri pomeriggio, con due stranieri di nuovo attorno a un fuoco, intenti a gettare in una lercia pentola un italianissimo sugo di pomodoro, sono un atto d’accusa che parla da solo.
ecaso@corrierecomo.it

Emanuele Caso

Nella foto:
Nella sequenza tratta dalle immagini di Etv: uno degli ospiti si avvicina al fuoco acceso nella Santarella; accanto, la stessa persona versa il sugo nella pentola; in fondo, i due “ospiti” preparano i piatti

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