Santiago, il Cammino è sempre più “laico”

altGrido d’allarme. Il superiore guanelliano: «Da esperienza di fede e conversione ad antidepressivo C’è chi ne approfitta per qualche avventura galante. E lungo la via fioriscono i centri estetici e le palestre»
Don Luigi Guanella, santo comasco, modello di virtù e umiltà per l’Europa. Sempre che l’Europa secolarizzata ascolti. L’antico Cammino di Santiago (nella foto), infatti, pare ridotto a occasione di trekking. E per qualcuno anche di flirt o scappatelle. Parola di sacerdote. «Accogliamo centinaia di pellegrini ogni giorno, età media 37 anni, in prevalenza donne. Dalla Spagna in maggioranza, vero. Ma i secondi in classifica sono gli italiani. E, tra questi, i comaschi sono secondi subito dopo i milanesi, che primeggiano».

Parla padre Fabio, 48 anni, romano, superiore della missione guanelliana sul Cammino che dà conforto spirituale negli ultimi 40 chilometri della via francese di un percorso che ne conta 800. Con lui operano un argentino, un altro italiano e un indiano tamil, più tre suore, un’italiana, una spagnola e una paraguagia. Padre Fabio domani sarà in provincia per un incontro rivolto a chi ha fatto o medita di compiere il celebre tour spirituale iberico, dal Medioevo tra i percorsi simbolo della cultura cristiana occidentale, e per recarsi sulla tomba dell’apostolo San Giacomo a Compostela.
Ma non sono tutte rose e fiori. L’incontro alla Casa di Santa Maria della Provvidenza di Lora in via Statale per Lecco 20, “Questa generazione cerca un segno”, sarà l’occasione per mettere il dito in varie piaghe.
«Il Cammino fino anni ’80 ha rispettato la tradizione – dice padre Fabio – Era una carovana di credenti che andavano alla tomba dell’apostolo, nello spirito dell’antica “peregrinatio ad tumbas”. Quale miglior veicolo per la conversione, dato che Gerusalemme fu contesa e impraticabile per secoli? Certo, c’era Roma, lungo la via Francigena, ma subito dopo veniva Compostela».
E poi, padre?
«Poi è arrivato il libro di Paolo Coelho Il Cammino di Santiago del 1987, romanzo scritto dopo l’esperienza del pellegrinaggio a Compostela».
Che fu un autentico boom promozionale.
«Certo, tutta la Galizia gli è grata, ci ha portato l’universo in casa: anche giapponesi e coreani, pur lontano dal loro orizzonte spirituale. Ma si è rotto l’incanto delle origini. Non è più solo un pellegrinaggio di fede, ma un itinerario che risponde ai criteri della “filosofia del camminare”, un po’ in stile “new age”. Addirittura, per molti è un antidepressivo. Più di un parroco lo consiglia, a chi è reduce dalla rottura di un matrimonio. E, infatti, il 60% dei pellegrini, dato su cui riflettere emerso durante l’anno santo, esce da una separazione. E qui trova conforto. Forse, compagnia. Le conferenze che facciamo in giro per l’Italia noi guanelliani di Compostela, iniziando proprio da Como nel segno di San Luigi, vogliono ricollocare il cammino nell’alveo spirituale che gli è proprio. Chiedo: per un buddista ha senso andare alla Mecca?».
È, quindi, un problema di identità?
«La sorpresa straordinaria è che l’80% di chi sperimenta il cammino di Santiago non sa proprio perché lo fa. Ma è la meta che detta il valore degli 800 chilometri, non altro. Purtroppo, e lo ha denunciato anche la stampa locale in Spagna, abbiamo frotte di pellegrini ma nessuno va più a visitare la tomba del santo. Sono tutti a caccia del “patentino”, la cosiddetta credenziale rilasciata ai pellegrini lungo il cammino. Molti impazziscono, se a ogni tappa non hanno il “timbro” che la certifica. Entrano nelle chiese per ottenerla, come fossero uffici postali e non luoghi di preghiera. Una prassi che andrebbe abolita, o comunque riformata. Pur sapendo benissimo il movimento economico che genera con le attività ad essa connesse. Anche in Italia. E così, lungo quegli 800 chilometri si assommano i paradossi. Ad esempio, noi guanelliani, nati per aiutare i veri poveri, abbiamo ora a che fare con una nuova categoria, i poveri di spirito. Sono i molti che restano scioccati, dopo 760 chilometri di spensieratezza, quando apriamo loro gli occhi nell’ultimo tratto sulla vera natura spirituale e ascetica del “Camino”. Ci sono persone che vanno a Compostela addirittura in vena di avventure galanti. E lungo la strada fioriscono centri estetici e palestre. Così si è perso lo spirito di un tempo. Questa esperienza, anche dall’Italia, si fa spesso in gruppi, organizzati da parrocchie o da scout. Ma un tempo si camminava in silenzio, soli, quasi digiunando, rinunciando ai vizi. Senza contare che, purtroppo, la chiesa spagnola si disinteressa totalmente del cammino. Ha già il suo bel daffare con la drammatica crisi di vocazioni in atto».

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