Sarà graduale il ritorno alle nostre vite

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di Mario Guidotti

Tra le tante battute che girano in rete ce n’è una che dice: “Era marzo, poi c’è stata l’estate, ed ora è marzo”. Tradotto: dopo lo shock iniziale, abbiamo vissuto (un pochino) le nostre vite durante l’estate scorsa e poi siamo stati congelati fino, appunto, al marzo successivo. Non è molto lontano dalla realtà. Ma ora che cosa succederà? La gente che avvicina noi operatori sanitari chiede costantemente: “Come va?” e subito dopo “quando finirà?”.

È giusto, ma ogni previsione è difficile, tanto che quelle fatte sono state tutte regolarmente smentite. D’altra parte in Sanità siamo abituati a prevedere, perché ogni malato ed i suoi cari chiedono, immediatamente dopo la diagnosi, la prognosi, cioè come andrà a finire. Nell’immediato e nel lungo termine. I nostri maestri ci hanno sempre insegnato di essere pessimisti, a prescindere. Ci suggerivano: voi dite che la situazione è brutta, catastrofica, così se va male, voi l’avevate detto, se va bene, ve ne prenderete il merito. Capite che non è giusto, e soprattutto malamente traslabile sulla pandemia in corso, anche se qualcosa del genere sta applicando chi, a cui invidio le certezze, afferma con saccenza accademica che l’epidemia finirà nel 2023!

Crediamo invece, pur accettando la sfida di essere smentiti, che le cose si stiano mettendo bene e che con la primavera avanzata potremo timidamente e gradatamente tornare alle nostre vite.

Vuol dire però che non ci sarà un giorno “X” in cui ci abbracceremo e ci baceremo per le strade buttando le mascherine al vento tipo il “tocco” nel giorno della laurea. Sarà tutto molto graduale. Ma concorreranno alcuni elementi favorevoli insieme: la progressiva implementazione della vaccinazione di massa, il miglioramento del clima atmosferico nelle nostre latitudini, le aumentate conoscenza terapeutiche della malattia infettiva, la consolidata abitudine alle azioni preventive.

Quindi sì, anche a costo di fare brutte figure, prevediamo che torneremo in pochi mesi alle nostre vite. Anche se profondamente cambiate, e sappiamo non in meglio per la maggior parte. Ma che cosa facciamo? Ci piangiamo addosso o cerchiamo faticosamente di ricostruirci, dentro e fuori? E a proposito di piangere: prendiamo atto dei ritardi delle consegue dei vaccini all’Italia, che guaio!

Certo siamo tra i Paesi più indebitati e con classe dirigente meno affidabile al mondo, non potevamo pretendere di essere trattati da primi della classe. Ma invece di piagnucolare e minacciare azioni legali che immagino quanta paura facciano a colossi industriali con fatturato vicino a quello di una nazione, perché non rimoduliamo un piano vaccinale alternativo, fatto di migliaia di sedi operative sulle 24 ore, al fine di recuperare in seguito? E perché non sondare altre aziende nel mondo orientale?

È già un dono che i vaccini ci siano, sta a noi adeguarci alle poche o tante disponibilità, e non attendere passivamente quello che arriverà tramite “mamma Ue”, secondo la nostra inveterata mentalità assistenziale.

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