Scandalo di Biella: 24 le parti lese comasche non riconosciute

Il tribunale di Biella

Sono ben 24 – su un totale di 46 – le richieste di archiviazione partite in estate dalla Procura di Biella, nella foto, che hanno raggiunto la Provincia di Como.
Parenti di persone finite nel forno crematorio degli orrori, quello gestito dalla So.Cre.Bi (Società di Cremazione di Biella) ma che per l’ipotesi accusatoria non possono «essere indicate come parti offese».
La vicenda è emersa nelle ultime ore, sollevata da una donna di Albate che aveva portato a cremare il marito nel forno di Biella proprio nei giorni dello scandalo scoperchiato dai carabinieri.
I presunti responsabili furono arrestati e indagati per i sospetti di gravi irregolarità nella gestione delle cremazioni. Si ipotizzava addirittura che le ceneri dei defunti fossero state confuse, mischiate o persino gettate tra i rifiuti, il tutto per velocizzare le operazioni e intascare più soldi.
La richiesta di archiviazione è stata però firmata in Procura la scorsa estate, il 20 agosto. Le notifiche sono giunte in questi giorni e iniziano a “piovere” anche le opposizioni all’archiviazione.
L’udienza dovrà essere fissata dal giudice delle indagini preliminari che deciderà nel merito se accogliere o meno la richiesta.
Secondo la Procura di Biella, «i fatti esaminati rientrano in uno schema operativo sicuramente ricorrente, ma non esclusivo… come emerso nelle dichiarazioni degli indagati».
Che però, avrebbero avuto tutto l’interesse nel diminuire il più possibile il numero di eventuali parti lese. E tuttavia, sempre secondo la Procura, gli stessi fatti «non sarebbero suscettibili di essere estesi» in base a «meri sillogismi», anche per «l’impossibilità scientifica del relativo accertamento». Secondo il consulente, infatti, dalle ceneri non sarebbe possibile estrarre il Dna per attribuire con certezza il ruolo di parte lesa.
Rimane però il fatto altrettanto innegabile che tutte queste vittime «non indicate come parti offese», i propri cari a Biella li hanno portati per la cremazione, e nei giorni indicati dall’accusa. E, almeno per quanto riguarda la moglie di Como, nessuna ispezione è mai stata effettuata tra i frammenti ossei dell’urna, e nessun parente è mai stato sentito. «Peraltro – scriveva ancora il legale della donna, Jacopo Maioli, nella sua opposizione all’ archiviazione – non è stato rinvenuto il verbale di cremazione e consegna dell’urna cineraria… a dimostrazione delle irregolarità nella trattazione della salma».

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