Scanu, l’allenatore giramondo: storie di calcio e di vita. Eva Henger tra i suoi dirigenti

Giovanni Scanu

«Per cortesia, non ricordatemi per le espulsioni del periodo comasco. Prima di tutto perché quella fu una stagione esaltante sotto il profilo dei risultati; ma soprattutto negli ultimi anni mi sono tranquillizzato». Giovanni Scanu, sardo di Nuoro, 45 anni compiuti lo scorso 3 maggio, si racconta. La sua esperienza al Como durò una sola stagione, nel torneo 2007-2008 come secondo di Ninni Corda: gli azzurri conquistarono la serie D e vinsero la Coppa Italia di categoria.
Scanu, poi, dopo aver smesso di essere “vice” e aver optato per la carriera di capoallenatore, per scelta non ha più voluto allenare in Italia. Nel suo curriculum gli manca soltanto l’Oceania, poi ha guidato squadre in ogni continente. Tra i dirigenti che ha avuto nella sua carriera, l’attrice Eva Henger, in Ungheria al Tatabanya.
Una vita da “giramondo” che ha raccontato al Corriere di Como, con una doverosa premessa sulla sua stagione in azzurro.
«Come dimenticare quell’anno? Fu bellissimo – spiega Scanu – per il risultato, visto che fu raggiunto l’obiettivo promozione. Ma non solo: ho vissuto in una città come Como, che per me è la più bella del mondo. Il rapporto con i tifosi era magnifico: la sera prima di partire mi portarono dei fiori per salutarmi. Lì ho ancora tanti amici. E poi c’era un presidente come Enzo Angiuoni, un vero signore, un uomo di grande spessore morale, che per questo non c’entrava nulla con il mondo del calcio». Prima frase che fa capire quanto Scanu non ami particolarmente fare il suo lavoro nel nostro Paese. Ma prima di passare alle curiosità che riguardano le sue esperienze all’estero, il vice di Ninni Corda sul Lario tiene a sottolineare: «È vero, ogni domenica uno tra me e Ninni veniva espulso. Ma era tutto programmato, volevamo dare grinta alla squadra, in un girone molto tecnico, in cui quel qualcosa in più di agonismo poteva essere decisivo per vincere. La nostra era una squadra che lottava sempre fino all’ultimo secondo. Ora sono più calmo: diciamo che sul Lario avete visto un professionista a 350 gradi, ora posso dire di esserlo a 360».
Nel 2011-2012 a Nuoro la sua prima esperienza da capoallenatore, l’ultima in Italia, poi l’inizio delle sue esperienze straniere. «Qui non ci sono le condizioni per lavorare bene, per puntare e credere su un progetto – spiega – Se perdi due partite ti cacciano. Una mentalità che non mi piace. Anche in tempi recenti ho avuto qualche offerta dall’Italia, ma ho lasciato perdere».
Il primo incarico lontano dall’Italia è stato in Lituania, al Tauras, nel 2012. Poi Scanu sarebbe tornato nel Paese baltico nel 2019 al Nevezis «in una società – spiega – dove ho trovato un centro sportivo invidiabile e una bella organizzazione: in cinque partite, con una squadra che ha vinto otto scudetti, il bilancio è stato di tre successi, un pareggio, una sconfitta e il podio finale».
Nel torneo 2013-2014 la chiamata dall’Africa, con i nigeriani del Kaduna United: «Mi trovavo bene – spiega – Avevo un contratto pluriennale. Nel primo campionato, con venti squadre totali, siamo giunti ottavi con una formazione molto giovane. Fatto curioso: dovevo regolare gli orari degli allenamenti con quelli delle preghiere, cosa che mi è capitata anche in Bangladesh. Le sedute erano alle 7.30 del mattino. Ero trattato benissimo, con autista e guardie del corpo, visto che non si poteva andare in giro senza, e mi sarei fermato volentieri». Ma poi cosa è successo? «La situazione divenne sempre più difficile per la presenza dei terroristi di Boko Haram. Dopo il rapimento di un Italiano ricevetti la chiamata della Farnesina che non ammetteva repliche: “deve tornare in Italia”, mi dissero, ed è quello che dovetti fare».
Dopo una nuova parentesi al Tauras in Lituania, ecco l’ingaggio in Brasile con il Coritiba per il torneo 2015-2016: «Un calcio completamente differente rispetto al nostro con più tecnica e meno ritmo, come è un po’ nel carattere dei brasiliani – afferma Scanu – Stavo in un posto bellissimo, in riva al mare. Stessa situazione per il centro di allenamento. Ogni giorno, dopo il lavoro, si faceva il bagno»
Dal Brasile all’Ungheria. «Il Tatabanya era la squadra di Giovanni Caroletti, marito di Eva Henger. In molti mi chiedono di lei e io posso garantire che è una grande imprenditrice. In squadra avevo con me Kamil Kopunek, che ai Mondiali in Sud Africa con la Slovacchia aveva segnato all’Italia, che fu subito eliminata».
«La successiva esperienza in Bangladesh con il Brothers Union mi ha segnato come persona – rivela Scanu – Il mio presidente era il vicepremier, in ritiro avevo addirittura 38 giocatori. Ma non potevo non notare quello che succedeva di fuori dai campi di gioco e di allenamento: bambini piccoli che vivevano per terra in scatole di cartone, senza servizi o la possibilità di lavarsi. Ogni giorno il tragitto nella capitale Dhacca dalla sede degli allenamenti al mio albergo durava due ore e in quel viaggio vedevo di tutto. Era a volte sconvolgente. Peraltro mi hanno anche offerto di allenare la Nazionale, ma, anche in mancanza di determinate garanzie, ho preferito dire di no».
Infine, quest’anno la breve chiamata in Moldavia. «Sono arrivato a fine gennaio al Zimbru Chisinau – dice – ma dopo poche settimane tutto si è fermato per l’emergenza Coronavirus. In teoria sono ancora sotto contratto, ma attendo la chiamata dei dirigenti per capire come chiudere l’accordo».
E il futuro? «Ovviamente all’estero – conclude Giovanni Scanu – In questo momento ho contatti con Slovacchia, Portogallo e Polonia; valuterò ogni soluzione con attenzione».

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