Cultura e spettacoli

Scatti d’autore alla Fondazione Minoprio

Esposizioni – A Villa Raimondi da oggi sono in mostra le fotografie artistiche del maestro Enzo Pellegrini: una ricerca durata oltre trent’anni

 

Le immagini di Enzo Pellegrini hanno girato l’Europa – dalla Svizzera all’Austria, dalla Croazia alla Germania – e oltre. Eppure, il suo poetico sguardo di “fotografo umanista” in Italia manca da anni. Ora si potrà avere un saggio del suo decennale apporto alla fotografia d’arte grazie all’ampia

retrospettiva allestita  nella settecentesca Villa Raimondi, a Vertemate con Minoprio, che verrà inaugurata oggi, domenica 24 marzo, alle ore 17.
“In controluce” è il titolo dell’esposizione che permetterà al visitatore di ripercorrere una ricerca durata 30 anni e oltre: più di 90 le opere in mostra che rivelano una stupefacente abilità nella resa della luce e del suo opposto, l’oscurità.
Un paio di occhiali accanto ad un bicchiere, una vetrina di Budapest, un palazzo di Parigi, muri, strade, persino tombini evocano nell’osservatore momenti di incanto e di memoria, ricordi e sensazioni dimenticate dove si coglie sempre la presenza dell’uomo nella sua radice più intima e profonda.
Enzo Pellegrini, perché lei è così poco presente in Italia?
«Credo che manchi attenzione al mondo della fotografia, all’estero non ho mai riscontrato difficoltà nell’esporre e vendere i miei lavori, nel nostro Paese invece non si è capito ancora il forte messaggio che quest’arte porta con sé».
Alla Fondazione Minoprio lei porta un percorso umano e artistico lungo 30 anni, dal 1982 fino a oggi. Qual è il suo “orizzonte” prediletto?
«Sono fortemente legato agli ambienti urbani, a cominciare da Milano passando per Budapest, Madrid, Praga e molte altre città in cui ho lavorato e da cui ho tratto ispirazione. Ma non è solo il contesto in sé a colpirmi, è l’emozione che mi dà quel particolare momento di luce, quella visione in quell’istante irripetibile che devo cogliere e che trasforma anche me».
Come è cambiato il suo sguardo in tutti questi anni?
«Ho acquisito una maggiore astrazione anche se  non sono un fotografo astratto in senso stretto, ma non amo neppure l’etichetta di impressionista: io ho un rapporto “aggressivo” con la realtà, mi piace cogliere aspetti che sfuggono e imprigionarli».
Quanto conta la tecnica?
«È relativa. Certo, bisogna avere padronanza del mezzo che si utilizza, ma io non sono un feticista di marchi particolari; occhi, mente e cuore: queste sono le cose che per me più contano».
La fotografia deve portare messaggi o valere per se stessa?
«Quale messaggio è più grande della valenza estetica? È il più alto in assoluto e va al di là di qualsiasi contingenza».
L’immagine fotografica è il cogliere l’attimo?
«Credo che dar vita ad un’immagine sia fare una sintesi con l’emozione che avvolge tutto. Io amo l’immagine perché in un attimo mi costringe a creare tutto».
Lei ama anche il ritratto?
«Sì moltissimo, ritengo che nessun volto sia indegno di essere fotografato. Corpo e sguardo sono essenziali, l’ho imparato quando facevo reportage come  giornalista, il corpo ci parla un linguaggio ricco e ci dice molto di una persona se lo si sa osservare e in ogni sguardo è condensata un’intera esistenza».
Ad accompagnare la mostra, un volume monografico edito per l’occasione e curato dalla celebre critica d’arte fotografica Enrica Viganò, che verrà presentato nella serata inaugurale. La mostra – nata dalla collaborazione tra la Fondazione Minoprio e l’Associazione Artelario, di cui è instancabile animatore Emanuele Pitto – sarà visibile fino al 28 aprile.
Ingresso libero. Info: www.fondazioneminoprio.it.

Katia Trinca Colonel

25 marzo 2013

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