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2 Commenti

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    sergio de santis , 15 Novembre 2018 @ 12:08

    L’interessante articolo del Direttore  fa riferimento al passaggio di casacca che troppo spesso vede coinvolti i politici a tutte le latitudini. Termina con l’invito, nei casi in cui si lasci uno schieramento, ad abbandonare anche lo scranno. Il presupposto alla base di questo assunto è che evidentemente il politico è sempre sporco, brutto e cattivo, mentre il partito, di converso, dovrebbe essere a questo punto santo, lindo e pulito. Ma se così non fosse? Se il politico si rifiutasse semplicemente di votare una o più porcate (un condono esagerato, una legge liberticida, una legge ad o contra personam, una legge su temi etici ecc. ecc.) non in linea quindi con la sua coscienza? Davvero dovrebbe dimettersi e darla vinta a giochini politici sopra e sottobanco dando via libera ad un altro più coperto ed allineato? È democrazia questa? Io credo che se dal cambio di casacca risulti evidente un NON guadagnarci nulla in termini politici o utilitaristici in senso stretto, il politico dovrebbe avere tutto il diritto di uscire da quella formazione ed andare nel gruppo misto o dove crede di poter trovare una politica più consona alle proprie idee (non interessi, ma idee!). Questo peraltro è quanto prescrive la nostra Costituzione all’art. 67  per garantire la democrazia ed evitare le dittature dei capi delle segreterie politiche.
    Saluti.
    Sergio De Santis,

    • Mario Rapisarda
      Mario Rapisarda , 5 Dicembre 2018 @ 19:14

      Gentile consigliere De Santis, dice bene: deve essere evidente che i cambi di casacca non sono utili in termini politici. Purtroppo concorderà con me sul fatto che troppo spesso non è così. I recenti fatti di Palazzo Cernezzi, almeno, ci dicono questo.
      Cordialmente
      Mario Rapisarda

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