di Adria Bartolich, Opinioni & Commenti

Scuola, il ruolo dei dirigenti e lo stipendio dei professori

di Adria Bartolich

Torniamo sulla cosiddetta premialità, termine discutibile che sembra più adatto a un concorso a premi che alla valutazione professionale dei docenti. Non perchè sul fatto di incentivare  chi è più impegnato nella sua professione e a scuola sia un elemento negativo, bensì per precisare cosa è stato, frequentemente, considerato premiabile oppure no. Certamente scarsa considerazione ha avuto, nel considerare la premialità, il lavoro  d’aula, cioè le lezioni. Si dirà, chiaro! È già compreso nello stipendio, ci mancherebbe non si facesse nemmeno quello!  Eh sì, certamente lo svolgimento corretto e competente della lezione è il minimo, ma questo minimo ha avuto, nell’ultimo decennio , un adeguamento stipendiale medio tra  i 40/50 euro netti. Quasi tutto quello che è arrivato alle scuole in termini finanziari e  di sostegno  della professionalità insegnante, ha infatti riguardato la parte di lavoro in più: disponibilità oraria, progetti, presenza. Intendiamoci, non che sia sbagliato. Chi è più impegnato nella scuola è giusto che venga retribuito adeguatamente, ma  perchè chi onestamente svolge il suo lavoro, magari più che bene, in classe, e per ragioni sue si attiene all’orario previsto dal contratto nazionale, deve essere penalizzato? Forse perchè non è disponibile a fare di più? Se si attiene però a quanto pattuito contrattualmente, questo può essere considerato un atteggiamento  in qualche modo riprovevole? In  tutto questo c’è sottotraccia un modo di pensare la scuola come uno spazio senza limiti, quantomeno temporali. Una sorta di luogo della missione.  Perciò a fronte di un orario previsto che certamente non risponde più alle esigenze della scuola di oggi, che pare essere un dogma imprescindibile, si aggiungono cose e cosette fino, in alcuni casi, a raddoppiarlo. Mentre è ovvio che un’istituzione educativa e formativa non possa essere organizzata con limiti rigidi come se fosse  l’ufficio tecnico di un Comune, è però altrettanto evidente che la flessibilità deve essere un elemento considerato in relazione agli alunni e non alle esigenze organizzative della dirigenza  della scuola che sono, invece,  mediamente   programmabili per tempo.  L’annuncio fatto in sede di redazione del Def da parte del governo di non avere, pare, intenzione di procedere con  il rinnovo del contratto, non è certo  un elemento positivo.  Si rischia la demotivazione di buona parte del corpo insegnante. Conosco l’obiezione, ce ne sono alcuni che non si ammazzano di lavoro. Bene. I dirigenti si assumano la responsabilità di individuarli e di intervenire, ma gli altri hanno diritto ad un salario adeguato  che corrisponda alla loro professionalità in quanto insegnanti,  non  redattori di progetti, animatori  o presentatori di spettacoli.

 

12 ottobre 2018

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