Scuola inclusiva, interventi con il bisturi

opinioni e commenti di adria bartolich

di Adria Bartolich

In un interessante articolo  uscito sul “Corriere della Sera” qualche giorno fa, Ernesto Galli della Loggia  offre diversi spunti di riflessione sulla scuola e sulle ragioni che ne  hanno prodotto  un crollo di ruolo e di prestigio assieme a una generalizzata percezione di sfiducia sulla possibilità che sia davvero in grado di intervenire nella formazione dei giovani, determinandone cambiamenti ed evoluzioni significative e una  seria preparazione culturale, in qualche modo sacrificata all’inclusività del sistema. Stiamo parlando, specifica, non del sistema universitario ma del sistema scolastico che lo precede, quindi scuola dell’obbligo e superiore.

Della Loggia lamenta, a ragione, l’inesistenza di una classe dirigente degna di questo nome in grado di assumersi il compito di intervenire sulla scuola con consapevolezza. La scuola, almeno negli ultimi vent’anni, ha sopportato un vero e proprio stillicidio di interventi, alcuni dei quali totalmente privi di senso se non quello di un risparmio immediato e della ricerca di un certo consenso che poteva derivare da politiche di rigore nei confronti del sistema pubblico, visto come una  sorta di grande macchina  di mangiatori a sbafo e parassiti, considerati nella scuola, in particolare, in gran parte   rimasugli  della contestazione degli anni ’70.

Naturalmente, siccome prendersela con una categoria è più semplice che governare intelligentemente un sistema, il risultato è stato una delegittimazione del sistema pubblico in generale, nel caso specifico dell’istruzione pubblica, e in particolare degli insegnanti, che giustamente Della Loggia  identifica come il cuore della scuola. Attenzione, nella scuola non tutto andava o va bene, ma invece di intervenire col bisturi sono state preferite le mazzate, si sono percorse logiche punitive generalizzate senza intervenire sui problemi strutturali: modalità d’assunzione, mobilità sull’intero territorio nazionale, formazione universitaria per l’insegnamento e abilitazione, valutazione del personale  non solo all’ingresso ma anche  durante la carriera.

Certo  c’è anche un problema, oltre che di educazione, di preparazione ed istruzione dei ragazzi. Una scuola allargata  a tutti almeno fino ai 16 anni, inevitabilmente apre a problemi più complessi che una scuola a cui accedono solo i poveri ultrameritevoli  o i ragazzi che provengono dalle famiglie agiate. Non a caso gli anni con maggiore dispersione scolastica sono i primi due delle superiori diventati obbligo per i quali servirebbe forse qualcosa di diverso.

L’errore  non  credo  sia stato  avere sostituito la scuola classista con  la scuola inclusiva – magari fosse così, i  risultati dei test Invalsi dicono purtroppo un’altra cosa – bensì avere effettuato tagli indiscriminati senza avere corretto in primis il sistema per formare e selezionare i docenti, proprio nel momento in cui la  domanda  d’istruzione aveva un’impennata e servivano insegnanti migliori, e senza avere cambiato la struttura del biennio. Già, perché insegnare ai ragazzi in difficoltà è molto più complicato che insegnare a quelli che sono bravi.

Così vediamo che tra dispersione scolastica esplicita, cioè coloro che abbandonano la scuola con una licenzia media o una qualifica di due anni alle superiori, e implicita, chi consegue il titolo ma non le competenze necessarie, con l’Italia che ha uno dei tassi d’abbandono più alti d’Europa, sono  le regioni del sud  a farla da padrone.

Scuola inclusiva? Tutt’altro. Scuola indulgente? Non tutta e non sempre. Forse è ora di uscire dalla genericità retorica del sistema unico e lavorare sui problemi laddove sia necessario farlo.

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