Scuola, le conseguenze della pandemia

opinioni e commenti di mario guidotti

di Mario Guidotti

Se basta una nevicata per chiudere le scuole, se è sufficiente un acquazzone, un vento forte, persino la rottura dell’acquedotto di una zona della città (Como, primi mesi del 2018) per lasciare a casa gli studenti, figuratevi voi una pandemia. Beninteso, parliamo di fase 2 e 3, non certo del lockdown. Ma se riaprono i pub, i ristoranti, i bar, le palestre, persino le discoteche, come è possibile che non riprendano le scuole? In altre nazioni altrettanto massacrate dal virus, come la Gran Bretagna e la Francia, i ragazzi sono tornati sui banchi, perché non così da noi? Ma, dicono, qui è finito l’anno scolastico.

Prego? Finito? Vi è parso un anno normalmente condotto? Qualcuno vuole sostenere che i programmi scolastici siano stati correttamente svolti? Pensate agli studenti senza computer, o senza Internet, o privi di adulti in casa a seguirli. Erano tutti a casa con loro? Sicuri?

Mai sentito di figli con genitori medici e infermieri e nonni bloccati nelle loro abitazioni? Quindi come è andata? Che una generazione ha perso (quasi) un anno di formazione. Questo che ricadute avrà?

Sulla società sicuramente  tante, perché l’istruzione (debole in questo caso) si scarica su tutti. E sui ragazzi? Lo stesso, ma con alcune aggravanti. Intanto diciamo che, pur se gli insegnanti si sono sforzati di formare da remoto, è mancato l’apprendimento cosiddetto “orizzontale”, dai compagni cioè. Tutti noi abbiamo avuto, accanto al Lucignolo di turno, anche molti Garrone, non soli buoni d’animo, ma anche di grande stimolo per capire e imparare. Chi di noi non ha chiesto al vicino di banco prima che al professore se non aveva capito qualcosa?

Senza contare l’imparare a crescere insieme, il confronto sui temi della vita, dell’esistenza, condivisi con gli amici, alla lunga ben più importanti dello studio della scrittura cuneiforme dei Sumeri o delle navi fenicie. Perché non andare a scuola in giugno, luglio, agosto?

Magari alternati per diluire le presenze e consentire comunque un mese (quest’anno può bastare) di vacanza a tutti?

Perché se per un anno, dove già non si è prodotto tantissimo, le scuole non stessero chiuse tre mesi non sarebbe poi la fine del mondo. Insomma, perché dell’istruzione importa sempre così poco? Non si parla in tutti i programmi elettorali di buona scuola, di giammai sacrificare l’istruzione?

Sì, salvo intemperie, guasti, scioperi, e adesso anche virus. E a propositi di elezioni, vi prego non richiudiamo  (se mai riapriranno) nuovamente le scuole in autunno per elezioni e referendum di dubbia utilità. A proposito: non avevamo abolito il ministero dell’agricoltura, i finanziamenti pubblici ai partiti e abrogato il connubio tra Rai e politica?

Se proprio dobbiamo, facciamo votare nei municipi e nelle sedi delle circoscrizioni, largamente sottoutilizzate. Per una volta diamo ai ragazzi l’impressione che la loro formazione, se non proprio prima di un margarita al bar, almeno non alloggi all’ultimo posto nella scala dei valori di una società (civile).

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