Scuola, luogo di riflessione invaso dalla politica

opinioni e commenti di adria bartolich

di Adria Bartolich

Una scuola sempre più monitorata e attenzionata – brutto termine, la cui correttezza è abbastanza discutibile,  ma quanto mai efficace per descrivere una situazione in cui si è perennemente sotto la lente d’ingrandimento – certo non rappresenta una condizione nella quale svolgere il proprio lavoro in tranquillità. Bisogna stare attenti a tutto, a non esprimersi con toni forti a proposito di alcuni argomenti e a non toccare temi particolari come ad esempio politica, religione,  tradizioni, culture, modi di pensare, abitudini familiari e chi più ne ha più ne metta.

Il politically correct – le cui intenzioni sono certamente encomiabili, mentre le sue applicazioni un po’ meno – costringe tutti ad operare in una sorta di melassa da cui pare si possa uscire solo con uno scatto di reni nella direzione opposta, quella del politicamente scorretto, forzando i toni e veleggiando verso la sponda contraria: dire tutto senza censure  infischiandosene dei danni che ciò può provocare. Come sempre, tenere una saggia via di mezzo sembra essere  la condizione più difficile da perseguire. Ma ci proveremo comunque con l’intenzione di rimuovere quella sorta di autocensura che costringe a limitare la libertà di espressione che non può diventare  vocazione  all’auto-repressione della propria opinione, né d’altro canto sfociare in continue esternazioni nel segno della faziosità.

La scuola, che si muove nell’ampia  prateria della conoscenza, non può essere “imbinariata”  in spazi troppo angusti e limitati, altrimenti diventa didascalica, pedante, nozionistica e alla fine anche poco utile. Con il termine “liquida” si descrive molto bene la fisionomia  essenziale della società moderna  la quale stenta ad assumere  una forma precisa per configurarsi in una sorta di eterno indistinto  nel quale, com’è ovvio, anche le relazioni sono liquide. Poco ci si è soffermati, però, sulla sovrapposizione di ruoli che una società liquida crea inevitabilmente, che vanno ben oltre  le famose relazioni di rete,  soprattutto perché  orientata non su concetti ma su rappresentazioni iconiche  di se stessa e delle proprie micro o macro realtà.

Un’insegnante  recentemente si chiedeva  se fosse corretto parlare di invecchiamento della popolazione in relazione all’immigrazione, fenomeno sicuramente giovanile, oppure se non fosse rischioso parlare di democrazia parlamentare, dal momento che il dibattito generale riguardava la legittimità o meno del governo. Se la magistratura spesso e volentieri invade il terreno della politica, la politica ormai invade tutto il resto, per cui  anche parlare di Nutella o  sardine potrebbe essere un rischio. E poi il presepe, la resistenza, il femminismo e chi più ne ha più ne metta. Tutto è potenzialmente a rischio di contestazione da parte di genitori, un partito, un’associazione o altro.  Però la scuola o è anche  un luogo di riflessione o semplicemente non è scuola.

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