Scuola: no alle censure, sì alle libere discussioni

opinioni e commenti di adria bartolich

di Adria Bartolich

A Palermo dei ragazzi, presentando una ricerca di storia, accostano il decreto sicurezza di recente approvazione alle leggi razziali del  1938. Si tratta di un paragone avventato, ma siamo in una scuola superiore, quindi con giovani che sono in formazione e con tutte le caratteristiche di quell’età, in cui la tendenza è essere  molto radicali, e  in un luogo dove la libera espressione non è un’opzione bensì una necessità. Non esiste un Paese democratico senza una scuola libera.

L’insegnante presente  non interviene censurando, ma discutendo coi ragazzi dei contenuti della ricerca. Il video viene messo in circolazione, non si capisce come e nemmeno da chi, anche se è chiaro che debba essere stato per forza un alunno. Un attivista di destra invia un tweet al Ministro dell’Istruzione e partono così una serie di commenti che imputano alla professoressa la responsabilità del contenuto della ricerca, ma la docente, non censurando, ha fatto solamente il suo lavoro.

Il giorno dopo la pubblicazione del tweet la sottosegretaria ai Beni culturali Lucia Borgonzoni ne fa un altro sostenendo che la professoressa avrebbe dovuto essere cacciata. La docente viene sospesa per quindici giorni dall’insegnamento per “omessa vigilanza” con stipendio dimezzato, e il questore invia  due uomini della Digos nei giorni seguenti per ascoltare quanto aveva da dire la dirigenza scolastica.

A parte l’uso sconsiderato dei social da parte dei rappresentanti delle istituzioni al massimo livello, colpiscono due cose: che l’omessa vigilanza venga applicata non sui comportamenti scorretti  ma sulle idee  e che per fare delle verifiche ci si sia avvalsi della Digos, cioè la polizia che ha compiti di prevenzione su questioni di ordine pubblico. Quella che, per intenderci, ha sostituito la vecchia Polizia politica.

Inutile dire che la vigilanza sulle idee è per definizione censoria. Certo l’intervento esagerato, a sproposito e con strumenti assoluti impropri  per il luogo e l’occasione, sono indicativi di un clima generale, così come lo è l’idea del ragazzino della classe che, con slealtà e  subdolamente, invece di assumersi la responsabilità di esprimere la sua contrarietà sui contenuti  ai compagni,  ha divulgato il video; su questo studente certamente sì sarebbe necessario un intervento educativo.

D’altra parte, se persino la politica, luogo dove si dovrebbe esercitare il massimo della cautela nel procedere per semplificazioni, nel  tempo dei social, agisce per   immagini, battute e frasi a effetto, non ci possiamo lamentare che lo facciano dei ragazzi. Hanno solo imparato dai grandi.

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