Scuole, il ricercatore Tosi: “Dovrebbero stare chiuse”

Preoccupa la riapertura delle scuole superiori, in particolare il problema dei trasporti

La prima campanella suona questa mattina per migliaia di studenti: sono i bambini della scuola dell’infanzia, delle elementari e delle medie raggruppati, per quanto riguarda la provincia di Como in 49 istituti scolastici, comprensivi statali, oltre alle scuole paritarie.

Per gli studenti delle superiori ancora campanella virtuale e didattica a distanza. Rientro posticipato a lunedì 11 al 50% sempre che la soglia del contagio in Lombardia (indice Rt) resti sotto l’1 almeno fino a domani. Il nuovo decreto prevede che dall’11 gennaio si riparta con la divisione per fasce. Con Rt a 1 si entra in fascia arancione, a 1,25 arriva la fascia rossa. In entrami i casi significherebbe ancora didattica a distanza al 100% per le superiori.

Ma quanto incide l’apertura delle scuole sul contagio? Difficile giudicare dai numeri delle ultime due settimane, con tutte le lezioni sospese per le vacanze, ma pure con zona rossa e arancione.
Secondo il team di “Predire è meglio che curare” guidato da Davide Tosi, esperto di computer science e analisi dei big data, ricercatore del Dipartimento di Scienze teoriche e applicate all’Università dell’Insubria e aggiunto alla Bocconi di Milano, le scuole si dovrebbero chiudere tutte. «La scuola non è un ambiente sicuro per definizione» scrive Tosi, che poi fa esempi fuori dall’Italia con tanto di citazioni. In Francia, la scuola e l’università sono state indicate come primo fattore di focolai attivi, in Gran Bretagna la scuola primaria e secondaria è risultata al terzo posto come numero di segnalazioni, in Germania, la scuola è stata dichiarata ad alto rischio.

«Diversi articoli (apparsi recentemente su Lancet, Nature e Science), pur con tutti i limiti dichiarati nei lavori, mostrano come la chiusura delle scuole sia il secondo fattore più impattante sulla riduzione dell’indice Rt (studi analizzati in un nostro post del 17 dicembre, grazie al lavoro del ricercatore Alessandro Ferretti)» scrive Tosi.
Il team di ricerca ricorda come il 75% (fonte Iss Istituto Superiore di Sanità) dei positivi nella fascia d’età giovanile sotto i 19 anni risulta essere asintomatico e potrebbe essere portatore inconsapevole del virus tra le mura famigliari.

«Riteniamo sia evidente come la distinzione tra ambiente scolastico di per sé o allargato a comprendere il trasporto pubblico e le dinamiche di ingresso e uscita dalla scuola, ha scarso significato nel momento in cui si deve analizzare e valutare quantitativamente il contributo lordo della scuola alla circolazione virale» sottolinea ancora il post di Tosi.
Il team di “Predire è meglio che curare” non sottovaluta però neppure «i rischi a cui vengono esposti i ragazzi con la chiusura delle scuole», l’impatto dell’isolamento forzato «sulla salute mentale, lo sviluppo cognitivo e sociale che sono fondamentali in età evolutiva».

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