Se il destino è la tabula rasa tanto vale arrivarci subito con un colpo di spugna

Il commento
Como è la patria dei paradossi. A parte il rischio d’inciampare in una buca allo scopo di schivare in extremis spazzature di varia origine, poche ore di camminata poco impegnative garantiscono un colpo d’occhio su circa due millenni di storia e arte. Dall’epoca romana al Novecento razionalista, passando per le vestigia medievali, barocche e neoclassiche. Insomma, si ha la possibilità di un’immersione totale che la modernità, con le sue chele spesso urticanti e sconvolgenti, ha tutto sommato garantito.

 A quale prezzo? Lo scotto da pagare è che cotante radici non sono certo a costo zero. Chiedono rispetto, impongono sforzi di conoscenza, pretendono, per continuare a esistere, investimenti di tutela e salvaguardia. Pensiamo al lungo iter che ha portato alla riapertura al pubblico della “Porta Pretoria” sotto l’ex media Parini, o al triste caso del complesso di San Lazzaro, antico ospedale con importanti vestigia, in totale abbandono. Un patrimonio che esige, soprattutto, continuità. E, di conseguenza, un radicale cambio di forma mentis, dato che non merita l’insulto di atteggiamenti pietistici e nemmeno la tignosa elemosina che si concede alla cosiddetta “cultura”. Finché non si capirà che può essere, oltre a un fiore all’occhiello, un volano di sviluppo, tanto vale che tutto vada allegramente in malora, fino alla tabula rasa. E che, magari, si sfruttino le risultanti cubature per qualche speculazione capace d’immediato reddito. Se è il destino, tanto vale arrivarci subito.

di Lorenzo Morandotti  

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