di Adria Bartolich, Opinioni & Commenti

Se la scuola deve fare i conti con la melassa del consenso

di Adria Bartolich

In un interessante articolo apparso recentemente sul Corriere della Sera dal titolo “Il bel Paese è diventato brutto” di Ernesto Galli della Loggia, l’autore sostiene, argomentando, che  negli ultimi vent’anni, in Italia, sia venuta meno l’attenzione all’insegnamento delle regole della convivenza civile.

La perdita di ruolo nella formazione delle persone dei sindacati e  dei partiti, in particolare con le loro scuole di formazione, unite alla perdita di centralità di alcune grandi agenzie formative quali la Chiesa, l’esercito di leva, la scuola e la televisione pubblica – nelle quali  si condividevano esperienze di razionalizzazione dei temi e dei problemi  e si tentava di far traghettare  conoscenze ed esperienze individuali in una dimensione collettiva – ci consegna una società di rancorosi, rissosi  e  iperindividualisti.

Si trattava di luoghi dove la discussione, il confronto e l’acquisizione di basi etiche e civili comuni consentivano di ritrovarsi  e consolidare un modo di vivere la propria dimensione sociale condivisa, almeno sulle linee fondamentali. Permettevano cioè di definire una dimensione del cittadino non solo individuale ma anche sociale. Proprio quello che manca ora.

La parte più interessante della riflessione di Galli della Loggia riguarda l’osservazione sulle caratteristiche che alcune istituzioni hanno avuto in passato, certamente non spazi di partecipazione democratica nelle quali non vigevano né il principio del consenso dal basso né la regola della maggioranza.

Non che queste agenzie formative siano scomparse, a parte la leva obbligatoria, ma si sono  trasformate secondo i dettami  culturali della società moderna in istituzioni che tengono più presente la necessità di essere popolari, non nel senso  di assecondare i gusti e le esigenze degli utenti o dell’audience televisivo,  rispondendo all’esigenza dei vertici di non dispiacere nessuno, pena rogne infinite.

Dalla  chiusura del programma Tv allo spostamento dell’alunno ad un’altra scuola, con la conseguente perdita di prestigio, di numeri e di posti di lavoro, il tutto aiutato dall’assenza di vincoli territoriali.

Tutti orientati all’audiens, nel significato latino, cioè alla conquista  dell’approvazione dell’uditorio sintetizzato nella frase “Lo vuole il popolo”.

Come sappiamo, le più grandi nefandezze della storia sono fatte nel nome del popolo, dove con questo termine non si intende una condizione sociale, bensì l’assecondare le pulsioni  più irrazionali  delle persone, che si amplificano se trovano un luogo dove esprimersi senza alcuna censura e dei dirigenti che, invece di farsi carico delle proprie responsabilità, tra le quali c’è anche certamente quella di fare scelte impopolari ma di perseguire il bene comune, preferiscono la comoda strada dell’approvazione.

Questa specie di melassa informe del consenso a buon mercato ha invaso ogni presidio  dedicato alla riflessione critica e strutturato per poter opporre una visione diversa da quella della vulgata, che invece  dovrebbe essere il primo obiettivo di un’istituzione formativa, e perciò educativa, come la scuola.

14 settembre 2018

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