Se sarà festa, si sciolga il nodo dello stadio

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di Marco Guggiari

Strana attesa quella che precede la sfida odierna tra Como e Alessandria. In bilico tra l’emozione di una partita che potrebbe consegnare agli azzurri la promozione in serie B e il vuoto sugli spalti al tempo della pandemia. Se avverrà il passaggio alla categoria superiore, sarà la prima volta assoluta senza tifosi allo stadio. L’incrocio decisivo con la squadra piemontese non è nuovo: fu così anche nel 2009 con la finale playoff che permise ai lariani di passare in C1.

Il Como oggi è a proprietà anglo-indonesiana e questo è il modo in cui, ai giorni nostri, può resistere il sogno della squadra di una piccola città che ogni tanto assapora ribalte importanti e che sforna campioni poi destinati ad altri lidi. La serie cadetta è la più frequentata dal Como nella sua storia, ben 41 campionati. Negli ultimi trent’anni, però, sono state poche le occasioni per esultare: appena 4 tornei di B e uno di A. Ecco un altro motivo per cui l’appuntamento di questa domenica è importante.

Non possiamo tuttavia nasconderci che l’evento sportivo evoca anche la storia di un’eterna incompiuta nel rapporto tra istituzioni, imprenditoria locale e società calcistica. E questo limite si riversa proprio sulla città perché il Como post-Covid avrà di nuovo, auspicabilmente, un pubblico di appassionati di casa e di tifosi ospiti. E lo stadio, quel gioiello del Sinigaglia, è sempre lì nel centro cittadino, di fronte al lago e ai giardini. Una bellissima anomalia, qualcosa di assolutamente anacronistico, che porta con sé con un carico di problemi enormi. Pensiamo al blocco del traffico, previsto perfino oggi anche se nessuno può assistere alla partita. Pensiamo alla blindatura della zona, che una domenica sì e una no diventa off limits per residenti, famiglie, turisti. Pensiamo alle tensioni tra supporter di opposte fazioni, che più di una volta si sono trasformate in guerriglia urbana nel terrore di ignari passanti e con strascico di danneggiamenti. Pensiamo ai costi economici per la mobilitazione delle forze dell’ordine, costrette a straordinari malpagati.

Ecco perché oggi siamo idealmente a una svolta, non soltanto sportiva per il desiderato salto di categoria. Siamo anche all’ultimo appello per la soluzione di un problema di cui si parla da oltre vent’anni. Subito prima del Covid si era ipotizzato un futuro diverso per lo stadio. La nuova proprietà ci stava pensando. Questo giornale aveva dato conto di un ambizioso progetto cinese, con negozi, ristoranti e riassetto dell’intera zona, una delle più pregiate di Como per i suoi monumenti, per le sedi delle associazioni sportive storiche e per la sua posizione. Poi tutto si è fermato.

La promozione in serie B, se verrà, questa volta esige davvero un piano complessivo che coinvolge più interlocutori. In ballo c’è una città che esige di non essere più “espropriata” delle sue aree e ne chiede un riassetto ordinato e pregevole. E prioritaria è anche una valorizzazione dello stadio, in grado di offrire occasioni di svago e di reddito, negozi, ristoranti, manifestazioni sportive e artistiche. Se crediamo nel Como 1907, se pensiamo che sia importante avere stabilmente una squadra di calcio iscritta a campionati significativi, le si deve dare il sostrato necessario.

Gli investitori si facciano avanti. La politica dica cosa ne pensa e faccia la sua parte, visto che l’anno prossimo il Comune di Como andrà al voto e tutti saranno costretti a prendere posizione. È questa la sfida per una promozione non effimera.

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