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Sempre meno i venditori ambulanti: ora puntano anche ai grandi empori

Sindrome orientaleI dirigenti di Confcommercio e Confesercenti: «Concorrenti difficili»(en.co.) «I cinesi hanno una grande capacità: continuare a reinventarsi sempre, in ogni situazione. E soprattutto nel commercio». È questa l’opinione di Rosario Presti, segretario di Fiva Confcommercio Como, l’associazione che raggruppa i venditori ambulanti. «È indubbio che la loro sia una comunità in forte crescita – dice Presti – basti pensare che rappresentano il 35% degli ambulanti stranieri del mercato».

Anche se, a detta del dirigente Fiva, sembrerebbe che i cinesi stiano abbandonando le bancarelle per nuove avventure commerciali.

«Essere venditori ambulanti è il primo step della loro carriera una volta giunti in Italia – dice Presti – ma appena possono si rivolgono ad altre attività. A Como molti hanno aperto ristoranti, centri massaggi, sartorie, negozi di abbigliamento». Ed è forse per questo motivo che il clima di ostilità percepibile tra i venditori del mercato sembra essersi spento. «I primi tempi di convivenza sono stati difficili – ammette Claudio Parravicini, dirigente della Confesercenti di Como – erano molti gli ambulanti che si lamentavano. Qualcuno aveva persino esposto un manifesto in cui chiedeva ai clienti di non rivolgersi ai cinesi».Una battaglia giocata soprattutto sui prezzi.«I prodotti che vendono – spiega Parravicini – hanno prezzi bassissimi contro i quali è impossibile competere. La concorrenza è davvero messa a rischio». Ma la Cina non si trova soltanto sotto le tende del mercato lungo le mura. «Di recente hanno aperto alcuni empori – dice Giansilvio Primavesi, presidente di Confcommercio Como – per ora non credo siano abbastanza numerosi da mettere in crisi i commercianti locali».Ma il vero rischio sembrerebbe essere l’invisibilità. «I cinesi riescono a lavorare senza farsi vedere – dice Primavesi – Se cambia un gestore, ad esempio, nessuno se ne accorge. Pure gli associati a Confcommercio sono molto riservati. Sono come le formiche, molto uniti tra loro. Si aiutano l’un l’altro ma sono poco aperti verso le altre comunità. Operano in silenzio».E i prodotti?«Alcuni sono davvero strani – continua Primavesi – costano poco e per questo le persone comprano. Ma non possono competere con i nostri. Bisognerebbe anche stare attenti al processo produttivo».Ed è su questo punto che interviene Ornella Gambarotto, parrucchiera, presidente del comitato imprenditoria femminile della Camera di Commercio di Como.«Sono stati aperti numerosi saloni cinesi negli ultimi anni – dice – ma bisogna vedere se tutti seguono le regole, se i dipendenti fanno i turni, se i prodotti che usano sono a norma». Anche perché, sostiene ancora Gambarotto, per assicurare prezzi così bassi, dovrebbero lavorare ventiquattro ore su ventiquattro. «I miei dipendenti fanno al massimo quattro ore di straordinari la settimana – dice la titolare di Équipe Ornella – ma quelli che lavorano dai parrucchieri cinesi? Sono assicurati?».Un’osservazione, sottolinea Gambarotto, rivolta al rispetto delle regole.«Noi italiani ci sentiamo svantaggiati perché non possiamo offrire certi servizi a costi così bassi – conclude – soprattutto se si rispettano tutte le norme vigenti come lo smaltimento dei rifiuti chimici, la sterilizzazione degli utensili, il pagamento delle tasse e così via».Un problema di concorrenza? «Assolutamente no – risponde Ornella Gambarotto – almeno fino a quando è leale».

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