«Senza aiuti chiudiamo». Ora le imprese hanno paura

Lockdown Como

Ieri pomeriggio, le telecamere di Espansione Tv hanno restituito a tutti i comaschi che non possono più raggiungere la città l’immagine di un centro storico semideserto: negozi chiusi, bar e ristoranti che tentano di sopravvivere con l’asporto e le consegne a domicilio, la paura di molti commercianti di non farcela se a Natale Como dovesse essere ancora in zona rossa. Le associazioni di categoria non intendono gettare la spugna, spronano i loro iscritti a tenere duro, ma la situazione è veramente molto complicata.
«I comaschi sono gente tosta, sanno stringere i denti, sono uniti e responsabili, sanno affrontare i momenti più difficili – dice Giovanni Ciceri, presidente della Confcommercio lariana – Certo è che stiamo affrontando una crisi terribile, mai vista prima». La pazienza è ormai finita, adesso subentra la paura. «Se l’impresa è esposta finanziariamente perché ha fatto investimenti o ha riempito il magazzino, senza moratorie fiscali o bancarie, come nel primo lockdown, in uno o due mesi salta – ammette Ciceri – E in ogni caso i debiti sono destinati comunque ad aumentare».
Chi è rimasto aperto tenta di arrangiarsi, ma i clienti sono pochissimi e i fatturati precipitano. «Non abbiamo dati precisi – aggiunge Ciceri – dipende dalle attività e dalle zone in cui operano, ma credo che nessuno sia sopra il 20-30% di quanto faceva prima. Il coraggio non ci manca, ma dobbiamo essere aiutati concretamente con moratorie fiscali e ristori. Soprattutto, avremmo bisogno di maggiori certezze, sapere che a un certo punto si potrà ricominciare».
Quel tipo di certezza che nessuno può dare, non in questo momento almeno. Intanto la filiera della ristorazione, che a Como fa lavorare migliaia di persone, è praticamente ferma: i fornitori di generi alimentari, la logistica, chi vende piatti e posate, le lavanderie, i fornitori di servizi.
«Molti non ce la faranno – ammette Claudio Casartelli, presidente della Confesercenti di Como – le difficoltà sono reali: i pagamenti sono stati rimandati e il rischio più grosso è che alla scadenza della cassa integrazione possano esserci tantissimi licenziamenti».
Casartelli si sfoga. «Da anni diciamo che la categoria non è ricca come tutti invece affermano; fino agli anni ’90 forse i margini erano più ampi, le licenze avevano anche valore. Dopo è cambiata ogni cosa». C’è da dire che la crescita degli esercizi commerciali, soprattutto bar e ristoranti, è stata forse eccessiva. «Forse sì – ammette Casartelli – ma il turismo è esploso e molti che non avevano più un lavoro hanno investito i loro risparmi in attività autonome. Il comparto è sicuramente cresciuto molto, ma non per questo adesso si giustifica la sua distruzione». L’allarme, conclude il presidente di Confesercenti, è «concreto. Nei mesi estivi il recupero era stato insufficiente, adesso siamo sul ciglio del baratro».

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