Sequestro di valuta confermato: decisive le dichiarazioni dell’indagato

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A metterlo nei guai, in fondo, sarebbero state le sue stesse dichiarazioni: trovato con contanti per oltre 100mila euro (41mila franchi svizzeri e 90mila euro) nascosti nell’auto, disse che si trattava di una provvista ricevuta da una terza persona per l’acquisto di tabacchi da rivendere in maniera clandestina.

Era il 23 settembre 2020, e da quel giorno è partita una battaglia legale tra Riesame e aule di giustizia che si è conclusa di recente di fronte alla Corte di Cassazione di Roma che ha confermato la legittimità del sequestro preventivo che era stato chiesto dalla Procura di Como, a firma del pm Giuseppe Rose. L’uomo, un 62enne residente a Colverde, risulta indagato con l’ipotesi di reato di riciclaggio. I soldi furono occultati all’interno del vano del cruscotto che avrebbe dovuto contenere l’airbag. L’intervento della guardia di finanza avvenne nel settembre del 2020.

L’attenzione degli uomini delle fiamme gialle fu attirata da una Toyota Auris che procedeva ad alta velocità. Il nervosismo del 62enne e un successivo controllo più approfondito, portarono a scoprire il grosso quantitativo di denaro contante che era stato occultato nella vettura. Il giudice di Como, Carlo Cecchetti, aveva convalidato il sequestro preventivo disposto in via d’urgenza con il decreto del pubblico ministero, atto poi confermato dal Riesame. Ma la vicenda si è trascinata per settimane fino ad approdare di fronte alla Corte di Cassazione che, proprio in queste ore, ha motivato la decisione. E proprio quella dichiarazione iniziale dell’indagato ha finito con il rivestire un ruolo importante nelle pagine della decisione: «Non può ritenersi – scrivono i giudici romani – che la vicenda sia sussumibile in un illecito meramente valutario posto che dalle stesse dichiarazioni del ricorrente risulta il fatto che il danaro era finalizzato ad ulteriori utilizzi che avrebbero di fatto reso difficoltosa l’individuazione della provenienza». Beni rilevanti che «per stessa dichiarazione dell’indagato non erano lui appartenenti» e della cui origine «nulla ha voluto rilevare». Da qui il rigetto del ricorso che era stato portato avanti dalla difesa fino in Cassazione.

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