SERVIREBBE UNO SCIOPERO DEGLI APPASSIONATI

di AGOSTINO CLERICI

Football ammalato di soldi

Capita ancora nei nostri paesi di incrociare bambini che giocano al pallone per strada o in qualche cortile polveroso. Così, molto semplicemente, con una porta inventata, un rigore battuto da distanza non regolamentare, l’arbitro inesistente. Magari qualcuno sogna di diventare un calciatore famoso, ma in quel momento vuole solo divertirsi.
Invece, sull’evergreen degli stadi, ove sgambettano campioni idolatrati, assistiamo alle prodezze del fantasista. Che avete capito? Non sono funambolismi

sportivi, ma finanziari… Il calcio è cambiato? Sì, è cambiato il modo di fare soldi con il calcio.
Scoperchiato uno scandalo – e da trent’anni a questa parte è tutto un susseguirsi – si inventa in fretta e furia un’altra modalità per ricavare guadagni non sportivi dallo sport.
Il “calcioscommesse” è la depravazione di un meccanismo che ha un peccato originale. Mio nonno giocava alla Sisal le poche lire che aveva in tasca, e aspettava dalla radio i risultati delle partite, stracciando poi regolarmente la schedina che non aveva vinto un bel niente. Poi sono venuti i sistemi, e, da allora, chiamare gioco il Totocalcio mi pare un eufemismo, perché lì dentro qualcuno ha bruciato i suoi risparmi, ingrassando lo Stato, quello Stato che poi è sempre in deficit.
Ma la classica schedina non è più bastata. Ecco, allora, le scommesse cosiddette regolari. A me ripugna solo l’idea che si possa scommettere sul risultato di una partita giocata da uomini. Se fossi un calciatore, non accetterei di entrare sul terreno di gioco sapendo che migliaia di persone hanno scommesso i loro soldi sul risultato della partita, sul numero delle reti segnate, sulla goleada del fuoriclasse. Mi sentirei ridotto al rango del cavallo all’ippodromo.
Ma che dire quando indagini di polizia accertano che sono i calciatori stessi a scommettere sul risultato delle loro partite? Non capisci più se sono giocatori di calcio o di azzardo. Investono i propri soldi – dato il tenore degli stipendi, non parlerei proprio di risparmi! – e naturalmente non giocano più per vincere, come si addice a una gara sportiva, ma per raggiungere un risultato pattuito a tavolino e incassare così la scommessa. Che vergogna!
Fin qui l’amara realtà. Che fare? Si dovrebbe tutti insieme inscenare un sonoro sciopero della passione calcistica, per mandare un segnale economico a questa indegna macchina per far soldi che è diventato il calcio. Lasciare in brache di tela i calciatori, i dirigenti, i magnati dei diritti televisivi, le ricevitorie e… lo Stato. Lo so che sto sognando: non vi sarà alcuno sciopero, perché senza calcio la nostra nazione rischierebbe di ammalarsi di… osteoporosi cronica e sarebbe debilitata la struttura connettiva della “vita da bar” che sostiene il Paese.
Pensiamo almeno al futuro dei ragazzi che tirano il pallone per strada: lasciamoli giocare, senza trasformarli in precoci campioni e macchine per far soldi. E se vogliamo che diventino grandi, diciamoglielo che “non di solo calcio vivrà l’uomo”.

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