Settimana Santa, intervista esclusiva con il vescovo di Como

Oscar Cantoni

Da settimane  tutte le celebrazioni liturgiche  sono a porte chiuse. Più volte il vescovo di Como, monsignor Oscar Cantoni, rivolgendosi ai fedeli ha rimarcato l’eccezionalità di questo periodo. Gli abbiamo rivolto alcune domande in occasione della Settimana Santa 2020. Per chi ha fede è l’occasione per vivere in modo più intenso e intimo la dimensione spirituale? Per chi non ha fede e si sente ancor più smarrito può essere un’occasione di ripensamento? 
«Le celebrazioni nelle chiese sono “a porte chiuse” e questo è causa di una grande tristezza – dice il presule – sia per i fedeli che per i sacerdoti. La preghiera, tuttavia, sale incessantemente a Dio, che accoglie i suoi figli e non li abbandona, nemmeno in questa situazione così travagliata. Questo è un tempo di ripensamento per tutti ed è benefica questa sosta per chi vuol andare a fondo e si domanda, alla luce della fede, cosa il Signore vuol dirci. Certamente questa dolorosa realtà del coronavirus non è frutto di un castigo da parte di Dio, ma nello stesso tempo siamo obbligati a fare un doveroso esame di coscienza, a livello individuale, ma anche comunitario, e prendere consapevolezza delle implicazioni più profonde di questo colpo, inferto alla sicurezza del nostro mondo. La vulnerabilità personale e del mondo globale si è fatta più evidente. Ci credevamo onnipotenti: è bastato uno sconosciuto, misterioso virus, così da mettere a soqquadro le nostre certezze e scoprirci tutti vulnerabili e fragili».
Da un punto di vista umano, prima ancora che religioso, i riti di Pasqua sono vissuti quest’anno in modo drammaticamente inedito. Le chiedo prima ancora che come sacerdote dal punto di vista appunto umano: questo cosa comporta nell’avvicinarsi ai temi del sacro? Non siamo di fronte a un profondo cambiamento?
Pensiamo alla foto simbolo di papa Francesco solo di fronte al mondo in una piazza vuota. 
«L’immagine del Papa, in quella serata drammatica del 27 marzo, resterà alla memoria e caratterizzerà il tempo a venire. Papa Francesco si è messo di fronte all’umanità, affranta e impaurita, collegando da vero pontefice il cielo e la terra, il grido di angoscia e il canto di speranza. È l’abbraccio di un padre che a nome di tutta l’umanità, credente e non, si affida a Dio, che in Gesù Cristo ci ha rivelato il suo amore fedele. Il Papa ci ha invitato a non avere paura, perché il Signore è sulla barca con noi, anche se agitata delle onde, ma insieme è venuto l’urgente invito a cambiare il nostro modo di vivere, quindi di pensare e di scegliere. “Siamo andati avanti a tutta velocità, ha detto, sentendoci forti e capaci di tutto. Non ci siamo fermati davanti a tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato grido dei poveri e del nostro pianeta, gravemente malato”. Si tratta di un forte monito, davanti al quale nessuna persona di buona volontà può restare indifferente, come se non lo riguardasse di persona. Da qui l’esigenza di camminare insieme, superando il nostro individualismo. Non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme».
Le comunicazioni sociali possono fare molto per unire la comunità nel segno della fede, penso ai riti da lei presieduti in dirette che Espansione Tv trasmette durante la Settimana Santa, ma anche ai social network.
«I servizi della comunicazione hanno svolto un ruolo molto prezioso. I sacerdoti nelle singole parrocchie, con molta creatività, hanno proposto vari interventi sui diversi canali, ad esempio YouTube, in modo da essere vicino alle persone e stabilire una continua relazione con le diverse categorie. Molti telespettatori hanno potuto seguire le celebrazioni eucaristiche domenicali e io stesso ho potuto raggiungere dalla nostra Cattedrale un gran numero di famiglie, per offrire loro messaggi di speranza e di vita. Notevole è stata la partecipazione dei giovani alla Via Crucis, che ho guidato lunedì sera dalla nostra basilica del Crocifisso e che essi hanno seguito dalle loro abitazioni. Mi è stato riferito che in ben cinquemila si sono collegati in diretta streaming o sono ritornati a rivedere le scene registrate: un segnale quindi molto positivo di interesse e di grande coinvolgimento globale».
Una riflessione sulle estreme povertà che rischiamo di dimenticare, specie in questa crisi: chi non ha lavoro, casa, ricovero. E anche un pensiero ai troppi anziani, intere generazioni uscite dalla guerra mondiale che hanno ricostruito il Paese e ora spariscono in silenzio lontane dagli affetti.
«Da questa crisi speriamo che si possa uscire presto, ma intanto non sarà indolore. Già si paventano grossi problemi di povertà, in cui sono coinvolte molte famiglie. Nell’insieme, però, non possiamo sottovalutare il grande contributo eroico offerto da diverse categorie di persone per alleviare chi è in difficoltà. Penso innanzitutto al sacrificio eroico dei medici e degli operatori sanitari, di quanti si sono presi cura degli anziani e delle persone sole, penso ai tanti volontari del servizio civile o della Caritas o di altri enti. Mi pare di intravvedere un grande concorso di persone, di tutte le categorie, che mettono a disposizione i loro beni e la loro esperienza professionale per venire incontro alle diverse forme povertà. Una profezia per sognare insieme una nuova umanità responsabile e solidale, imparando da quello che l’umanità in questo periodo sta soffrendo».

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