Sex Pistols, fu vera gloria?

altI Re del Punk

(l.m.) Chiedi chi erano i Sex Pistols, e lui ti risponderà. Parafrasando Stadio e Morandi (loro celebravano i «noiosi» Beatles), qui è in gioco un “anti-mito” per eccellenza, la band che – durando lo spazio di un cerino – infiammò il punk, cui diede voce e destino. Ne scrive Fausto Vitaliano in Sex Pistols. La più sincera delle truffe (Laurana, 2013, pp. 144, 12 euro). Il quartetto iniziale era composto da Johnny Rotten, Steve Jones, Paul Cook e Glen Matlock. Poi questi fu sostituito da

Sid Vicious. Ossia la ciliegina (marcia) su una torta già esplosiva, condizionata da quel controverso produttore che fu Malcom McLaren, morto a Bellinzona nel 2010. Durarono poco, in tutto tre anni. «Meglio bruciarsi che svanire», avrebbe poi chiosato Neil Young. Eppure i Sex, con un solo lp in studio, Never Mind the Bollocks, entrarono nella storia del rock e del costume cambiandone i connotati. Vitaliano, sceneggiatore per Disney e Bonelli, dedica al gruppo britannico una biografia narrativa che preferisce la passione alla razionalità. E scioglie l’interrogativo che pende tuttora sulla band come spada di Damocle: tanta gloria fu vera rivoluzione o i Pistols, a conti fatti, furono l’ennesima bufala del marketing? Vitaliano non ha dubbi: «Fu il mito costruito e fabbricato intorno a loro a soffocarli. Prima di loro il mondo era in bianco e nero. Dopo, è tornato in bianco e nero. In mezzo, c’è stata un’esplosione di colore clamorosa, scioccante, drammatica, divertente».

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