Sfiducia e paura frenano i consumi

opinioni e commenti di giorgio civati

di Giorgio Civati

Forse mai come in questi periodi l’informazione ha abbondato di numeri, analisi economiche, elaborazioni e statistiche. Il rapporto deficit-Pil al 2,6%; lo spread sopra i trecento punti, anzi lanciato verso i quattrocento o forse in calo; le aliquote dell’Irpef al 6, 15 o 20% e via di questo passo. Informazioni che dovrebbero aiutarci a capire qualcosa di più e probabilmente, invece, ci confondono.

Il problema è che tutti questi numeri e molti altri ancora ci riguardano da vicino: non sono solo macroeconomia ma influenzano il costo dei nostri mutui e il guadagno – pochino… – sui risparmi investiti o accantonati, i prezzi e il valore reale delle nostre buste paga. Insomma, fanno parte della vita di tutti noi.

Ne fanno parte insieme ad altri dati, meno sbandierati ma altrettanto importanti. E sono quelli che riguardano i soldi accantonati e non spesi. Congelati in attesa di tempi migliori, o in previsione di momenti più brutti. In banca aumentano i depositi, cresciuti di 50 miliardi di euro da agosto 2017 ad agosto 2018 e arrivati a sfiorare la somma totale di 1.000 miliardi. Soldi messi da parte da privati che non spendono (+26 miliardi in dodici mesi) e imprese che non investono (+20 miliardi). Soldi che non circolano e quindi non creano ricchezza. Ed è un problema.

È infatti vero, anzi abbastanza banale, che per rilanciare l’economia servono consumi e investimenti. Se si comperano vestiti, auto, divani e altro ancora queste spese rappresentano un’entrata per altri settori dell’economia, con gente che a sua volta acquisterà macchinari o furgoni o magari, semplicemente, cibo e abiti e vacanze.

Rilanciare i consumi e gli investimenti è anche la parola d’ordine di tanti politici e di molti governi, compreso l’attuale. E le spiegazioni sull’importanza di questo o quel provvedimento, di una manovrina e pure dell’altra, si sprecano. Ancora numeri, come si diceva: dagli 80 euro di Renzi ai 780 di Di Maio, passando per la flat tax e vagando forse un po’ a caso per l’universo del fisco e dello Stato sociale.

Quello che nessuna analisi economica ci potrà mai dare è però un po’ di fiducia nel futuro, una tranquillità di fondo, qualche speranza che domani le cose andranno meglio di oggi.

Si tratta di sensazioni, forse addirittura di emozioni, ma il nodo è questo: per spendere oppure per investire serve positività. Che manca.

Le famiglie hanno paura di un qualche crac che riduca in briciole i risparmi e non spendono, oppure temono di perdere il lavoro e quindi lo stipendio e accantonano.

E se pochi acquistano, le aziende faticano e a loro volta non investono o lo fanno in maniera contenuta. È questo timore diffuso che frena l’economia. Dalla multinazionale al mercato sotto casa, più che i numeri pesano le paure e le sensazioni.

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