Sgomberati ieri i senzatetto di via Grandi. Nella boscaglia tende e un container-roulotte

Tutti romeni gli abitanti della zona che fiancheggia il parcheggio della Ticosa
Se ne sono andati alle 10 in punto, con passo lento, fisarmonica sotto braccio e un sacco in spalla pieno di vestiti appallottolati.
Non avevano un’aria sorpresa: avevano intuito che il cantiere fosse sul punto di partire e, forse, si aspettavano che a giorni avrebbero dovuto sloggiare. Gli ultimi senzatetto della Ticosa hanno lasciato il posteggio-rifugio.
Negli angoli dove le auto non parcheggiano più, gli “invisibili” avevano creato una piccola baraccopoli che ieri mattina è stata

sgomberata dalla polizia per consentire l’avvio dei lavori di bonifica dell’area in cui nascerà (forse) il nuovo quartiere di Como.
La sensazione è che i vagabondi – tutti romeni – avessero già sbaraccato.
Il gruppo elettrogeno che alimentava uno dei tuguri, ieri mattina, era sparito e alcuni degli “alloggi” sembravano abbandonati da pochi giorni.
Prima di poter accendere le ruspe per bonificare, però, bisognava accertarsi che la baraccopoli fosse completamente disabitata. Ieri mattina, attorno alle 8.30, polizia, carabinieri, Caritas e dirigenti del Comune si sono dati appuntamento nel posteggio della Ticosa per sgomberare definitivamente l’area.
Un’azione morbida, nulla di irruente. Anche se due camionette, una della polizia e una dei carabinieri, pronte a intervenire qualora qualcosa fosse andato storto.
Sotto la strada
Alle 9, i due poliziotti più esperti si avvicinano ai primi senzatetto.
Abitano nei loculi sotto via Achille Grandi, infilati nell’intercapedine tra strada e posteggio. Uomo e donna, entrambi romeni, con un paio di cani all’apparenza ben curati.
«Ecco i documenti», dicono. E passano ai poliziotti due carte d’identità della Romania. «Da qui ve ne dovete andare – dicono gli agenti, con aria bonaria – prendete ciò che vi interessa, perché verrà buttato via tutto». La donna chiede il tempo di poter racimolare i vestiti. Non le interessa tutto l’arredo dei loculi: sedie, coperte, fornelletti, pentole. Manca un terzo inquilino, il marito della donna. Lei dice che si farà vivo più tardi. Il gruppetto di agenti, funzionari, volontari Caritas e netturbini si sposta così verso il lato della Ticosa che dà sul cimitero. Il più nascosto.
«Viviamo quotidianamente questo disagio – racconta Roberto Bernasconi, direttore della Caritas di Como – ed è un problema ormai strutturale, a Como. Non c’entra soltanto l’immigrazione: anche la crisi ha messo in ginocchio molti italiani».
Baraccopoli
Nell’ala del posteggio che non si vede, in mezzo alle sterpaglie, qualcuno ha piantato una tenda da campeggio. L’ha coperta con un telo di plastica, l’ha attrezzata alla buona per sopravvivere. Dell’inquilino, però, nessuna traccia. O ha abbandonato il rifugio oppure è in città. Gli agenti proseguono verso l’alto, in direzione del cimitero. E compare una baracca ben più organizzata e attrezzata di tutte le altre. È un vecchio container frigorifero: strano pure come sia finito lì senza che qualcuno lo notasse.
Appoggiato a terra, ha le dimensioni di una roulotte. Sul lato lungo è stata costruita una rudimentale veranda, con un letto, una luce e un cordless senza doppino telefonico.
Orologi a parete fermi, avanzi di cibo maleodorante in una padella piena di burro rappreso. Sotto il letto di fortuna un paio di piccole scarpe colorate e un modellino di un camion, segno che in quella baracca abita o abitava un bambino. Attorno, tra rifiuti e televisioni a schermo piatto in pezzi, anche un paio di borsette griffate.
Mentre i poliziotti decidono se forzare o meno la serratura del container, si fanno vive due donne. Una avrà poco più di vent’anni, l’altra è di mezza età.
La ragazza spiccica qualche parola di italiano, la donna no. Sono romene. Aprono il lucchetto del container. Quando spalancano il portellone la puzza di marcio colpisce con un pugno nello stomaco. Dentro c’è di tutto: vestiti, una stufa rudimentale, assorbenti, pane, rifiuti. «Prendete quello che vi serve e andatevene, l’area dev’essere liberata», dicono gli agenti.
Nel frattempo, accompagnati da un paio di uomini della Digos, si presentano altri 3 romeni.
Uno è anziano e sorridente, scambia persino qualche battuta con il piccolo corteo di “ospiti”. Uno è più giovane e serioso. Il terzo, con una lunga coda di capelli, il giubbotto nero e Hogan ai piedi, parla poco e sorride ancora meno. Ha l’aria del capo. Sgrida il vecchio, colpevole di essersi permesso di scherzare con i poliziotti. Entra nel container, dà un paio di morsi a una pagnotta. Come gli altri infila in un sacco qualche vestito. E si allontana a passo lento.

Andrea Bambace

Nella foto:
In un container trasformato in roulotte era stipato ogni genere di oggetti

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