Shakespeare in sardo al Sociale

Macbettu

Al Teatro Sociale di Como arriva “Macbeth” di William Shakespeare in lingua sarda, il 14 marzo alle 20.30. Macbettu prende spunto da un lato dal Macbeth di William Shakespeare, dalla sua universalità e la pienezza di sentimenti, dall’altro dall’ispirazione del regista Alessandro Serra di fronte ai carnevali della Barbagia.

Un lavoro, recitato in sardo, con una forza arcaica e con l’interpretazione solo maschile, come nella più pura tradizione elisabettiana, di Fulvio Accogli, Andrea Bartolomeo, Leonardo Capuano, Andrea Carroni, Giovanni Carroni, Maurizio Giordo, Stefano Mereu, Felice Montervino.

Ogni oggetto – i costumi, le pietre, il sughero, i campanacci – è elemento coerente e contribuisce alla costruzione di uno spazio visionario ed evocativo, in cui gli attori si muovono, seguendo precise traiettorie coreografiche.

Macbettu sta facendo il giro del mondo dal suo debutto nel gennaio 2017: una lunga tournée con numerose tappe non solo in Italia, ma anche in Europa e nel mondo, dalla Francia alla Bosnia-Erzegovina, dalla Georgiaall’Argentina, fino a volare in Giappone a settembre 2019.

Nel 2017 Macbettu ha vinto il Premio di maggior prestigio del teatro italiano, premio UBU come miglior spettacolo dell’anno, Alessandro Serra ha ricevuto la candidatura come miglior regia e Leonardo Capuano come migliore attore. Nello stesso anno anche l’Associazione Nazionali dei Critici di Teatro, che rappresenta una sezione di spettatori particolarmente esigenti e preparati, ha assegnato il Premio della critica teatrale 2017 allo spettacolo, che interseca in modo originalissimo tradizione e sperimentazione, teatro classico e archetipi dionisiaci della cultura popolare, testo shakespeariano e lingua sarda.

Della vicenda del bardo si recupera l’universalità e la pienezza di sentimenti, millimetricamente in bilico sul punto di deflagrare, mentre dai carnevali sardi si saccheggia una visione: uomini a viso aperto si radunano con uomini in maschere tetre e i loro passi cadenzano all’unisono il suono dei sonagli che portano addosso.

Macbettu valica i confini della Scozia medievale per riprodurre un orizzonte ancestrale: la Sardegna come terreno di archetipi, luogo di pulsioni dionisiache. La riscrittura del testo operata dal regista, tradotta in sardo da Giovanni Carroni, guarda a una interpretazione sonora: gli attori sulla scena decantano una lingua che è pura sonorità, si allontanano dal giogo dei significati per magnificare il senso.

“Il Macbeth di Shakespeare recitato in sardo e, come nella più pura tradizione elisabettiana, interpretato da soli uomini. L’idea nasce nel corso di un reportage fotografico tra i carnevali della Barbagia. – spiega il regista Alessandro Serra – I suoni cupi prodotti da campanacci e antichi strumenti, le pelli di animali, le corna, il sughero. La potenza dei gesti e della voce, la confidenza con Dioniso e al contempo l’incredibile precisione formale nelle danze e nei canti. Le fosche maschere e poi il sangue, il vino rosso, le forze della natura domate dall’uomo. Ma soprattutto il buio inverno. Sorprendenti le analogie tra il capolavoro shakespeariano e i tipi e le maschere della Sardegna. La lingua sarda non limita la fruizione ma trasforma in canto ciò che in italiano rischierebbe di scadere in letteratura. Uno spazio scenico vuoto, attraversato dai corpi degli attori che disegnano luoghi e evocano presenze. Pietre, terra, ferro, sangue, positure di guerriero, residui di antiche civiltà nuragiche. Materia che non veicola significati, ma forze primordiali che agiscono su chi le riceve.”

Sardegna Teatro sperimenta una modalità produttiva: abbandonando le logiche di produzione seriale, ilTeatro di Rilevante Interesse Culturale sardo ha accompagnato il lavoro nella ricerca specifica di ciascun interprete e nella promozione di un contesto di costruzione dello spettacolo con una tempistica lunga, proteggendo così la coltura dei frutti dell’arte. 

Il risultato è uno spettacolo colmo di una meraviglia cupa, in grado di utilizzare elementi della tradizione, senza tuttavia fermarsi a una contemplazione statica, ma utilizzando i segni in modo schiettamente contemporaneo, quindi ambiguo, tragico, affascinante.

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.