Si dice baby gang ma l’antidoto è adulto

opinioni e commenti di marco guggiari

di Marco Guggiari

I giorni dei cattivi ragazzi, quelli della baby gang che per sette mesi, da inizio luglio a fine gennaio, hanno fatto scorribande e terrorizzato coetanei e commercianti di Como e dei paesi limitrofi, danno tanti pensieri. Questi giovanissimi, ben 17, tutti compresi tra i 14 e i 18 anni appena compiuti, più qualche 13enne non punibile, hanno compiuto la bellezza di 38 reati. Molti sono rapine, estorsioni, furti. A tempo perso, i danneggiamenti. Stanno pagando e imparando (si spera) a correggersi in carcere, in comunità di recupero o nelle case dove devono restare come agli arresti domiciliari. Sono italiani, comaschi e dei centri vicini, eccezion fatta per cinque di loro, di nazionalità estera. Agivano in gruppo, come delinquenti consumati e vigliacchi. Si sentivano invincibili. Minacciavano le forze dell’ordine: “Ve la faremo pagare”… Il valore che perseguivano era la supremazia, in definitiva il potere, che porta spesso con sè facili bottini materiali insieme con un malinteso prestigio. Tanto che il numero dei componenti del gruppo aumentava. Per alcuni dei loro genitori, ciò che facevano erano solo “ragazzate”. Una mamma era complice della banda, se si bada al fatto che ha telefonato all’acquirente di un oggetto rubato dal figlio per chiedergli conto del pagamento di una cifra irrisoria a fronte del maggior valore rivendicato per il bene comprato. E allora i pensieri sono davvero tanti ed è difficile metterli in fila. Si dice baby gang, ma c’entrano – eccome – gli adulti. Come complici, come educatori assenti. Alcune famiglie sono “difficili”, note ai servizi sociali. Qui si rilancia la necessità di un’attenzione sempre più forte, a scopo preventivo.

I taglieggiatori avevano un punto di ritrovo a Como, sotto i Portici di via Plinio, in centro città. Si ripropone quindi l’esigenza di rendere viva e vissuta quella zona e non lasciarla come un’area-fantasma dopo averla liberata dal traffico. La nostra realtà sociale è sana, però da questa vicenda comprendiamo anche come altrove, nei luoghi della criminalità organizzata, molti ragazzini possano diventare facile manovalanza. Ma il punto decisivo è naturalmente l’educazione, intesa come trasmissione di valori da una generazione all’altra.

Il giornalista e scrittore Antonio Polito dice che questo avviene grazie agli adulti che si prendono la responsabilità e l’onere di aiutare i giovani a diventare, a loro volta, adulti. Siamo così al punto decisivo. Molti ragazzi, che facciano parte o meno di baby gang, non percepiscono la gravità delle loro azioni perché non è stata loro insegnata la distinzione tra bene e male. Sembra questo l’ambito nel quale chiamare a raccolta famiglie, scuola e altre agenzie educative o presìdi dedicati alla prevenzione.

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