Sì, è vero: Internet ci cambia il cervello

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di Mario Guidotti

Internet ci sta cambiando il cervello? Temiamo fortemente di sì, e non in meglio. Il sospetto era già pesante e recenti studi di neuropsicologia nonchè di immagini cerebrali lo confermano. La risposta sta tutta in una parolona magica, “neuroplasticità”, cioè la capacità del cervello di adattarsi, non solo da un punto di vista funzionale ma anche anatomico e strutturale, alle stimolazioni ambientali, in crescita ma anche in decrescita. È l’organo che segue più velocemente degli altri le regole dell’evoluzionismo. Perché i crani degli australopitechi erano tanto schiacciati anteriormente? Perché è nei millenni successivi che i lobi frontali si sono sviluppati maggiormente. E perché il parto naturale è tanto doloroso? Perché alla crescita del cranio non è (ancora) seguita in proporzione quella del bacino femminile. Ma non andiamo fuori tema. Un recente studio pubblicato sull’autorevole rivista Nature da un gruppo di studiosi tedeschi ha mostrato che la sostanza grigia, che contiene i corpi dei neuroni, può in certi lobi cerebrali espandersi e in seguito ridursi sulla base dell’apprendimento o perdita di una funzione stimolata dall’ambiente. Ancora, è dimostrato che chi è impegnato in attività multitasking ha risultati peggiori nei test di esposizione a stimoli distraenti ed ha bisogno di uno sforzo cognitivo maggiore per mantenere la concentrazione, fatica compensatoria che diventa inefficiente se prolungata. Insomma si stenta di più ad apprendere. Un comportamento multitasking induce a perdita del filo del ragionamento. Internet ci offre memorie illimitate, ma a prezzo di perderne della nostra. Più studi dimostrano che una settimana passata alla ricerca di informazioni in rete riduce la connettività funzionale di aree del cervello coinvolte nella formazione della memoria a breve termine. Più difficile poi valutare gli effetti di Internet  sul cervello dei giovani, anche perché più plastico ed imprevedibile nella sua espansione definitiva. Ma una recente ricerca giapponese su 400 ragazzi utilizzatori di Internet ha mostrato che i più accaniti mostravano effetti negativi sullo sviluppo di aree come quelle del linguaggio, dell’attenzione, delle funzioni esecutive, delle emozioni, dei meccanismi di ricompensa e dell’ippocampo, sede delle memoria. Quindi zone cerebrali non solo di intelligenza ma all’ origine di comportamenti sociali. Inoltre, nuovi studi recentissimi indicano che i mondi “online” sono processati nel cervello dei più giovani come lo sono i network sociali del mondo reale. Potete immaginare come questo possa rappresentare una minaccia per i più vulnerabili i quali, esposti per esempio a fenomeni di bullismo e di respingimento virtuale, fanno fatica a distinguere la rete dalla realtà. Che conclusioni trarne? Non certo paura o abbandono di Internet, ma un corretto uso e soprattutto una continua vigilanza degli adulti, se non ne sono a loro volta già stati “neuro-plastificati”.

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