“Sicario”, la storia vera del killer più letale d’Europa. La vicenda narrata nell’ultimo libro di Andrea Galli

Andrea Galli Sicario

“Sicario” è un libro portentoso; inchioda alla lettura dalla prima all’ultima riga. Lo è fin dal prologo, che incolla letteralmente gli occhi alle pagine, tali sono la sensibilità e la durezza date in assaggio.
Qui si racconta la storia vera del killer più letale d’Europa. Andrea Galli, giornalista del “Corriere della Sera”, ha mosso i suoi primi passi al “Corriere di Como”. Ha scritto altri volumi, prima di questo edito da Rizzoli. Pochi hanno come lui la stessa precisa cura dei particolari. Ed è un’apparente contraddizione perché l’autore, nei suoi articoli di giornale, dipinge sempre ciò che vede. Predilige l’affresco, che è arte più ariosa. Ma il contrasto è presto risolto: Galli, nell’uno e nell’altro modo, da giornalista e da scrittore, è attento. Il suo sguardo è sempre teso come la corda di un violino, è davvero tutt’uno con ciò che osserva.
Qui i personaggi sono autentici, con i loro nomi, cognomi e soprannomi. La vicenda è quella di Jùlian (si legge Cùlian), sicario professionista, che diffida di tutti e di tutto per sopravvivere. Ogni volta che colpisce, finisce il lavoro fotografando il cadavere con il cellulare. Così dà prova al committente della missione compiuta.
Jùlian viene dall’Albania del dittatore Enver Hoxha, un Paese che di secondo nome fa povertà e che ha guardie di regime a ogni angolo e in tutte le situazioni. Con il mestiere di killer si affranca da tutto questo e diventa ricco. Gira con una pistola semiautomatica con il colpo in canna. Quando viene arrestato, e lui sa che sta per accadere, “in fondo è come se i poliziotti fossero arrivati a liberarlo dell’oppressione di una lunga attesa”.
Il libro non risparmia niente. Non sadismo e ferocia; non la droga per le schiave con cui togliersi ogni sfizio. Non la corruzione della polizia e nemmeno le regole implicite: c’è sempre chi deve stare peggio.
Il tesoro che c’è nell’opera di Galli è il romanzo che diventa saggio. L’autore conosce perfettamente la geografia dei luoghi: Albania, Grecia, Tirana, Valona, Salonicco, Atene… Conosce le tecniche di ciò che descrive. Nel suo racconto spicca la sua consuetudine con le forze dell’ordine, con le indagini, che sono “come la saetta che squarcia l’albero a metà”.
Il romanzo-saggio ha particolari che non sono soltanto frutto di creatività. È rigoroso nella sua spietatezza. È storia, geografia, sociologia, ma senza darlo a vedere. Godibilissimo.
Squaderna nozioni di balistica, del modo in cui si conducono le indagini, come in un back-stage. Regala una lezione universitaria sulle tipologie di tracce che emergono dalla scena di un crimine. I particolari, giusto ripeterlo, sono incredibili.
La loro cura si spinge fino al nome (vero) della distilleria di una bottiglia di rum che arriva dalla Martinica.
Jùlian non ama essere definito “assassino”. Lui si sente un “esecutore”. Con il magistrato albanese che lo interroga, il prokuròr, questo giovane 31enne instaura un buon rapporto. Viene in mente quello tra Tommaso Buscetta e il giudice Falcone. È un rapporto che si regge sul reciproco rispetto, anche se il prokuròr incalza il killer fino a farlo crollare sui suoi incubi, uno in particolare.
Jùlian è cresciuto a Elbasan, in Albania, quaranta chilometri da Tirana, a ridosso del “mostro”, il complesso metallurgico che fa ammalare tutti, anche i suoi genitori. E spesso ci si ammala e si muore, dentro e fuori dal “mostro”.
Andrea Galli racconta con poche ed efficaci pennellate cos’era l’Albania della dittatura comunista, come si spiava la gente e come si insegnava a spiare anche in famiglia, fin dai primi anni di scuola. Come si distruggevano le religioni. Come il partito unico fosse al di sopra di qualsiasi cosa.
Confino e prigione erano la regola per accuse pubbliche da cui ci si doveva difendere con inversione dell’onere della prova. I parenti erano costretti a rinnegare i congiunti a cui capitava quella mala sorte, se non volevano fare la stessa fine. Poi c’è la pagina di un altro disastro: l’immediato post-dittatura.
Jùlian è un ragazzino quando fugge in Grecia con il papà attraverso le montagne. A Salonicco è ingaggiato dalla mafia dell’ex Urss, georgiana per la precisione. Vive e delinque. I georgiani, prima di farne un killer, lo picchiano per la sua rapina a un commerciante che paga il pizzo e va lasciato in pace. Ma intuiscono il suo talento. Grazie a un medico compiacente, lo costringono a imparare come si fanno le autopsie, così conosce perfettamente il corpo umano. Poi, un mercenario gli insegna a conoscere e a usare le armi dentro una palestra usata come poligono. Infine vengono le lezioni di chimica, per gli esplosivi. Maestro, un professore che ha combattuto in Cecenia.
Ora Jùlian è pronto, incontra il “reduce”, il capo dei ceceni, “un evaso dalla morte”. La sua prima missione è un attentato al Palazzo di Giustizia, per conto di un gruppo terroristico greco. Poi arriva un duplice omicidio organizzato nei dettagli.
Viene il giorno del ritorno in Albania, voluto dal “reduce”, per ordini superiori, dei servizi segreti russi. Qui lo ingaggia la banda del tritolo, una formazione criminale locale. E via con altri omicidi su commissione.
Senza lasciare tracce, o con tracce volute, che depistano. “A Jùlian – scrive l’autore – non capita di pensare alle vittime. Di immaginare se e quale vuoto lasceranno”. Del resto, l’Albania è il Paese in cui “la criminalità governa e vuole tutto”, annota ancora Galli. Sino al finale, amaro, che non sveliamo.

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