Simbolo di eleganza maschile e frutto dell’eccellenza lariana

La storia
Dietro a quel pezzo di stoffa – che è frutto dell’evoluzione storica e degli stili, di raffinate scelte compositive, di una certa ricercatezza nella scelta dei colori, dei fili, delle trame, degli orditi – si cela un paragrafo della storia del mondo. E un ampio capitolo della storia comasca, di cui è fiore all’occhiello.
Il Lario infatti della cravatta di seta ha fatto uno dei suoi simboli. E per quanto effimera e per sua natura in continuo rinnovamento, la moda non cesserà mai di influenzare il nostro vissuto quotidiano. L’origine della cravatta si perde nella notte dei tempi.

Infatti fin dagli albori dell’umanità, la popolazione ha avvertito l’esigenza di legarsi qualcosa intorno al collo: gli antichi egizi, ad esempio, legavano un lembo di stoffa con il nodo di Iside intorno al collo dei defunti, in segno di protezione. Un’antenata dell’attuale cravatta è anche indossata, per motivi climatici, dai legionari romani, stanziati nelle fredde regioni del Nord. L’origine della parola “cravatta” rimanda però al XVII secolo: deriva dal francese “cravate”, proveniente a sua volta dal croato “hrvat”, “croato”. Infatti i cavalieri croati portavano al collo una sciarpa antifreddo, detta “croatta”. È attorno al 1650 che l’accessorio con il nome attuale si installa così al collo dei signori: siamo sotto Luigi XIV. Alla cravatta si aggiungono merletti e nastri di seta, e intanto la moda si diffonde in tutta Europa, assumendo nuove forme, allargandosi e stringendosi a seconda delle epoche. Ad esempio nella seconda metà del XIX secolo, con la rivoluzione industriale, fa la sua apparizione una cravatta più funzionale, più lunga e più stretta. Battezzata “cravatta alla marinara”, questo accessorio entra nella storia e resta ancor oggi la base delle cravatte moderne, che sono ormai divenute simboli di un’eleganza davvero senza tempo. E che a seconda delle epoche e degli stili si propongono classiche o innovative, larghe o strette (per i più modaioli). Senza contare le sperimentazioni sui materiali e le arditezze nei disegni e nei colori. Ma le più richieste sono pur sempre quelle con disegni geometrici piccoli e tante righe: il classico esce sempre vincente. A far la differenza cos’è, allora? È sempre la qualità: la cravatta dà più soddisfazione se è bella e di tessuto pregiato, appaga vista e anche tatto. Ed è proprio così che Como ha conseguito un notevole primato a livello internazionale, raggiungendo livelli di eccellenza nel campo della nobilitazione delle sete, avendo alle spalle una tradizione consolidata sia nel campo manifatturiero sia nel campo della qualità del prodotto. La cravatta è un capo d’abbigliamento che ha fatto le fortune delle seterie lariane e ha contribuito a diffondere il nome della città nel mondo, nonostante la concorrenza messa in campo dalla seta cinese sia stata e sia ancora spietata. E per la difesa del “made in Como” negli ultimi tempi pare si sia schierata, nei suoi vari corsi e ricorsi, anche la moda: dopo un periodo in cui avevano avuto la prevalenza i “descamisados” sciatti e privi di gusto estetico, ciclicamente torna la cravatta come unica parte distintiva della toilette maschile. Tanto da far dire a qualcuno che «non esiste eleganza maschile senza cravatta», come ha dichiarato qualche tempo fa al “Corriere di Como” il grande critico d’arte Gillo Dorfles.

Lorenzo Morandotti

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.