Sindaci uniti contro la ’ndrangheta. Da Cermenate il no alle mafie

altLa manifestazione dovrebbe esserci la prima settimana di dicembre
(m.pv.) I sindaci scendono in piazza. E lo fanno per dire no alla malavita organizzata, a quella piovra chiamata ’ndrangheta che sta stritolando i loro territori giorno dopo giorno. Il tam tam è partito proprio nella settimana dello shock, quella dell’operazione “Insubria” che ha portato alla cattura di trentanove affiliati ai locali di Cermenate, Fino Mornasco e Calolziocorte.
«Lo facciamo per riaffermare la legalità contro le mafie», dicono.
L’appuntamento dovrebbe essere fissato

per il 5 dicembre, alla mattina, in un luogo simbolo della lotta alla ’ndrangheta: la casetta proprio di Cermenate sequestrata alla malavita organizzata di stampo calabrese e oggi intitolata all’avvocato milanese Giorgio Ambrosoli assassinato da un sicario a Milano nel 1979. «La data non è ancora definitiva – dice il sindaco del paese, Mauro Roncoroni, a nome di tutti i primi cittadini che interverranno – Ma sarà senza dubbio una mattina della prima settimana di dicembre. Vogliamo e dobbiamo essere in tanti. Da quello che mi risulta l’adesione sarà massiccia. Vogliamo coinvolgere tutti i sindaci dalla Bassa comasca fino a Grandate e alle porte del capoluogo. Vogliamo dire no alla mafia e sì alla legalità che deve essere riaffermata con forza».
Nella casetta di Cermenate ha sede il Centro studi sociali contro le mafie, Progetto San Francesco.
L’assalto ai portavalori
Intanto emergono nuovi ed agghiaccianti particolari sull’ordinanza della Dda che ha portato all’arresto di una quarantina di persone. Quello che è ritenuto dagli inquirenti essere il boss del locale di Cermenate, Giuseppe Puglisi, 53 anni, detto “Melangiana”, stava pianificando un grosso colpo, una rapina, in accordo con il figlio Giovanni, 20 anni. I due ne parlano apertamente in una intercettazione che viene captata dall’Antimafia. I due tuttavia non sono d’accordo. Mentre il papà punta a «un corriere che porta diamanti», il figlio preferirebbe «un benzinaio… una volta alla settimana li porta in banca, dai cinquanta ai duecentomila euro…». Una operazione facile a parole, bastava «seguirlo, bloccarlo, dargli una botta e prenderli prima che andava in banca».
L’importante, per entrambi, è che il colpo abbia una caratteristica: deve «sistemarci per sempre». Proprio come i già citati diamanti portati dal corriere: «Li porta su una macchina normale – dice il boss al figlio – Dei diamanti, e non si riesce a capire quando. Adesso stiamo… sta notando un mio amico con uno che lavora dentro lì no? Vediamo se riescono a convincerlo». «Eh ma occhio pa’…». «Vabbè, mica vado io. Io posso solo dare ordini e basta».
Il capo locale evidenzia poi al figlio norme di comportamento da tenere in questi casi. La prima riguarda la pistola: «Ricordati di tenerla solo te, non deve sapere niente nessuno». Poi c’è l’eventuale restituzione dell’arma in caso di bisogno del genitore: «Quando se casomai dovessi chiamare e ti dico “mi serve un pacchetto… prendimi il pacchetto di sigarette che ho lasciato a casa”… ricordati che serve quella lì». «Va bene papà». «Mi devi dare la tua parola d’onore Giovanni. Lo devi sapere solo tu… perché in due sono già troppi». L’ultimo consiglio è duplice ed è anche il più importante perché riguarda l’azione: «Per fare quei lavori lì, bisogna sempre avere quella a tamburo (pistola, ndr) ». La spiegazione è semplice: il proiettile non viene espulso («il coso rimane dentro») e quindi per gli inquirenti è più difficile avere informazioni da indagare.
E in ogni caso, se sei “costretto” ad usare una semiautomatica, bisogna mettere i guanti anche per inserire i proiettili: «Quelle cose lì vanno sempre toccate con un paio di… anche quando metti su il colpo. Il bossolo che rimane a terra non c’è su niente». Un vademecum fatto e finito a disposizione del figlio del boss che vuole imparare l’arte dello sparo.

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