Smarriti ma decisivi di fronte alla storia

opinioni e commenti di lorenzo morandotti

di Lorenzo Morandotti

Siamo entrati nell’epoca delle grandi domande: meglio pieni poteri o una democrazia 2.0? Passerà la bufera? Il mio continente collassa? E il pianeta? Avrò soldi sufficienti per sfamare i  figli? Non sono  statista né virologo, faccio considerazioni da tinello. «Benvenuti in un’eterna domenica senza messa e senza gite fuori porta»  commenta  su Facebook la scrittrice Simona Vinci. E senza calcio e  lunedì mattina, risveglio fantozziano e   bambini da portare a scuola, aggiungo. Insomma, facile lo sconforto in questa immobilità  divisa fra speranza e incertezza dove  numeri di morti e guariti scandiscono le ore.

La connessione web scarsa intralcia il telelavoro? D’accordo. Ma pensiamo a chi non ce l’ha, un lavoro. O sta peggio, e siamo costretti  più di prima a guardarlo  dalla finestra: gli indigenti d’ogni paese,  quelli  che bussano invano ai  porti e alle  porte.

Un esempio  più vicino? La parabola dei campionesi: dall’età dell’oro al filo del rasoio di una  situazione   kafkiana dove l’emergenza sanitaria è ciliegina avvelenata su una torta andata a male. E non se la passa meglio chi deve amministrare, nel pubblico e nel privato: il nodo gordiano del virus raggruma tutti gli altri nodi, sociali ed economici, irrisolti da tempo. Quali parole   scolpire quindi  a ricordo di   questi giorni che fanno la storia?

Vorremmo non   “paura” ma “cura”, “responsabilità”. Si parla spesso di “guerra” a un “nemico” invisibile che non bada ai confini (totalitario e   pure democratico,   populista perfetto: il Covid-19 porta via i deboli a camionate ma non disdegna giovani e sani); si parla di  eroi al fronte,  comprensibile considerato quanto si piange e soffre in corsia. Ma purtroppo   libri   e   cronache dicono che la guerra vera è anche più subdola e grave in quantità e qualità.

Chiediamolo a chi ne  patì e ne   uscì vivo: sono le generazioni ora più  falciate. Diatribe lessicali a parte, siamo   davvero impotenti alla finestra, affacciati su queste piazze vuote alla De Chirico? Sostenere ospedali con quanto   si risparmia in spese superflue  e rimanere  quieti a casa  fa già   differenza, se tutti stanno  al gioco:  tener vuote quante più urne cinerarie si può. In attesa del vaccino e che  un   tratto di matita nell’urna   del voto mandi a casa i responsabili delle   falle sanitarie   che hanno impedito di resistere meglio alla  sciagura.

Che   viviamo non  solo per via mediatica, come i conflitti del Golfo di una volta, ma   sulla pelle, consci  che  oltre i quartieri vedovi di  traffico e insonni per le  sirene delle ambulanze c’è in ballo l’intera umanità. La barca è una sola e   non è un videogioco. Ma per esserne lucidamente responsabili vanno fatti i conti con   virtù ed   errori, sociali (su scala locale e mondiale) e individuali:  perché ogni crisi  amplifica le polarità, e quindi porta a galla con l’eroe pure lo sciacallo. 

«Nessuno si salva da solo»  è forse l’unica moneta buona in grado di scacciare  la cattiva e   rimediare alle crepe nei pilastri del sistema: oltre al diritto alla salute quello a istruzione, lavoro, tutele sociali. E  anche a un’informazione corretta e competente, dato che dilaga pure il virus delle false notizie. Quando finirà? Mai, se non impareremo la lezione tutti quanti e   fino in fondo.

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