Soffocata in casa di riposo a Como con i guanti in lattice. La Corte d’Appello di Milano dimezza la pena all’omicida: 8 anni

© | . casa di riposo Don Guanella.

Pena dimezzata in quanto non vi sarebbe stato il dolo, ma si sarebbe trattato di un omicidio preterintenzionale. In sostanza, l’imputata avrebbe sì agito per mettere a tacere la vittima, senza tuttavia avere la volontà di causarne la morte. Motivo che ha portato la condanna dai 16 anni del primo grado di Como, agli 8 decisi ieri (nel primo pomeriggio) dalla Corte d’Assise d’Appello di Milano.

Al centro dell’attenzione il delitto avvenuto nella casa di riposo Don Guanella di Como il 24 settembre del 2017. Era una domenica sera. La vittima, Dolores De Bernardi, 91 anni, fu trovata esanime con un “fagottino” in gola che ne aveva provocato il soffocamento.

A destare l’attenzione di una dipendente della struttura era stato, infatti, un lembo del guanto che usciva dalla bocca. Involucro che, fu poi ricostruito dalla squadra Mobile di Como, piegando uno nell’altro due guanti in lattice (di diverso colore) di quelli utilizzati dagli infermieri.

Per quella morte, sul banco degli imputati – assistita dagli avvocati Fabrizio Lepore e Michele Monti – era finita la moglie di un degente, che assisteva il marito ricoverano in una camera
vicina a quella della vittima. La donna, Antonietta Pellegrini (81 anni) che ancora oggi è ai “domiciliari” in una struttura che da tempo la ospita, in quei giorni viveva nella casa di riposo per stare vicina al coniuge. Secondo l’ipotesi accusatoria avrebbe agito per mettere a tacere la vicina di camera, ritenuta troppo rumorosa.

In primo grado a Como, il pubblico ministero aveva invocato 28 anni senza la concessione delle attenuanti generiche. Per l’accusa il fagottino di guanti fu confezionato con l’intenzione di uccidere e per questo fu poi spinto nel cavo orale della vittima fino a farla soffocare.

La Corte d’Assise decise invece di condannare l’imputata a una pena di 16 anni con la concessione delle attenuanti generiche e la libertà vigilata di tre anni a pena espiata. Detenzione non in carcere ma, come detto, ai “domiciliari”, nella struttura che ospita la signora fin dai giorni del decesso del marito, successivo ai fatti finiti a processo.

Ieri, a Milano, dopo tre ore di camera di consiglio, è arrivata infine la sentenza di secondo grado che ha dimezzato la pena, passata come detto a otto anni. Le motivazioni non sono ancora note e verranno depositate entro 90 giorni. La Corte d’Assise d’Appello ha però riconosciuto la volontà nell’agire, non quella del cagionare la morte della degente.

«Noi come difesa siamo convinti che la nostra assistita non sia responsabile di quella morte – ha commentato al termine dell’udienza l’avvocato Lepore – Avevamo comunque subordinato alla richiesta di assoluzione, una diversa valutazione dell’evento da parte della Corte e siamo soddisfatti per essere stati ascoltati su questo elemento. Non c’era alcuna volontà di far morire la povera signora De Bernardi».

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