Solari: «Il Cristo lecchese non può essere di Leonardo»

Ernesto Solari

Annalisa Di Maria, studiosa del Centro per l’Unesco di Firenze, ha annunciato la scoperta a Lecco in una collezione privata di un disegno a sanguigna attribuibile a Leonardo che a suo parere sarebbe «il vero volto del Salvator Mundi».
La ricercatrice ha studiato anche i rapporti tra Leonardo e il Neoplatonismo, materia su cui il pittore comasco Ernesto Solari ha di recente pubblicato un libro, Leonardo neoplatonico. Gli arcani occultati. Ed è proprio Solari a pubblicare tra breve sul suo sito Internet museosolari.net, e ne anticipiamo il contenuto, un’analisi del disegno lecchese che è tuttora oggetto di analisi scientifiche.
« Il disegno apparso a Lecco non è e non può essere opera di Leonardo per diversi motivi – dice Solari – Primo fra tutti la firma che il foglio reca sul retro: “FE 1511 . SALAI DINO”. La stessa firma, identica, è stata recentemente trovata sul dipinto del Cristo Redentore, attribuito a Salaì, il famoso allievo di Leonardo, che il patron di Esselunga, Bernardo Caprotti, ha fatto donare (post mortem) alla Biblioteca Ambrosiana».
Ma ci sono altri indizi secondo Solari: «Se accostiamo il disegno al dipinto e lo sovrapponiamo notiamo una forte similitudine. Il secondo aspetto che allontana il disegno da Leonardo è la presenza di grossolani errori anatomici che il Vinciano non avrebbe mai fatto. Forse solo un allievo come Salaì li avrebbe potuti fare. Salaì poi, come lo stesso Melzi, erano, ce lo ricordava spesso anche il professor Carlo Pedretti, insigne studioso di Leonardo, bravi imitatori del maestro: sembra che riuscissero ad imitare anche il tratto tipico del mancino che in parte sembra essere presente nel disegno in oggetto».
Ma di quali difetti anatomici parla Solari? «Anzitutto, non si addicono ad una raffigurazione del volto di Cristo, che per tutti gli artisti doveva essere caratterizzato da una certa perfezione fisica; quindi, si tratterebbe, al massimo, del ritratto di un essere umano. I volti leonardeschi di Cristo hanno forme e tipologie ben diverse, basti pensare al Cristo del Cenacolo. Eviterei il confronto col Salvator Mundi che la Di Maria definisce come un falso: in realtà fui il primo (dopo averlo visto a Londra nel 2011) a considerarlo un’opera non di Leonardo; ciò non toglie che alcuni dettagli possano essere stati realizzati da allievi della sua scuola come Boltraffio a cui recentemente è stato attribuito dalla studiosa Carmen Bambach. Tornando alle inesattezze del disegno di Lecco, faccio riferimento alla esagerata distanza che intercorre fra l’attaccatura delle narici e la bocca che è fuori da ogni canone proporzionale, tanto meno a quello leonardesco. Solo nelle esagerazioni caricaturali o negli studi di fisiognomica possiamo trovare tali imperfezioni. Il naso poi non è in asse con la linea degli occhi e quella della bocca, è storto e l’asse della bocca è divergente rispetto all’asse degli occhi ma dal lato opposto alla rotazione prospettica del viso. Quest’ultimo è un errore gravissimo che solo i principianti possono fare. Insomma il naso di questo personaggio sembra essere stato colpito duramente e appiattito, non ha tridimensionalità così come l’intero volto. Lo sfumato è piatto e sdolcinato rispetto a tutti i disegni di Leonardo dove i contorni sono molto più incisivi e ben delineati e da cui emerge certamente una maggiore plasticità».
Anche la la tipologia di carta vergata utilizzata per questo disegno attribuito a Leonardo è per Solari un punto interrogativo: «Presenta una filigrana inusuale per Leonardo, se ben ricordo in tanti anni di studi leonardeschi non ho mai incontrato questo tipo di filigrana “a colomba”, spesso Leonardo utilizzava la filigrana con la margherita a 8 petali ed altre ancora. In conclusione, il disegno il disegno può essere attribuito al suo allievo Salì (anno 1511) come studio preparatorio per il Cristo Redentore appartenuto a Bernardo Caprotti».

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