“Solus ad solam”, eredità dannunziana nel ricordo di Roncoroni

Federico Roncoroni

Non è più tra noi con i suoi modi gentili noti e cari ai tanti con cui dialogava via Facebook, e con la sua autorevolezza e la sua sensibilità di critico e scrittore. Ma rimangono i suoi libri, che non cessano di parlarci.
Tanti e diversi: gli scolastici su cui si formarono generazioni di studenti, gli autobiografici immersi nelle sue passioni letterarie, e quelli firmati da grandi autori e curati con acume e competenza. Oggi esce in libreria per i tipi di SE (sta per “Studio Editoriale”), casa editrice milanese con cui ha intessuto negli anni una feconda collaborazione, il Solus ad solam di Gabriele d’Annunzio curato dal comasco Federico Roncoroni, scomparso lo scorso 31 gennaio. Una riproposta (l’editrice di via San Calimero 11 diretta da Carlo Alberto Corsi aveva già il libro in catalogo nella collezione ES dal 2012) cui Roncoroni teneva moltissimo e a cui ha lavorato fino all’ultimo.
Ancor più preziosa quindi risulta l’uscita di questo testo dannunziano, uscito caso vuole esso pure postumo nel 1939, che compare nella prestigiosa collana “Testi e documenti” con la significativa aggiunta, sostanzioso arricchimento rispetto alla primitiva edizione con curatela di Roncoroni negli Oscar mondadoriani (1979), dei materiali inediti pubblicati nelle note al testo e nella postfazione criticamente aggiornata, ossia documenti fotografici d’archivio messi a disposizione da Giordano Bruno Guerri, Presidente della Fondazione del Vittoriale.
Ma che cosa è il Solus ad Solam? Si tratta del diario cui, tra il settembre e l’ottobre del 1908, Gabriele d’Annunzio affidò, «come in un lungo colloquio con la donna amata e perduta, la cronaca del drammatico epilogo della sua tormentata relazione con la contessa Giuseppina Mancini», annota Roncoroni. «“Libro di follìa e di dolore, di disperazione e d’amore”, esso costituisce, tra le opere dannunziane, un caso unico. D’Annunzio, infatti, vi appare quale fu veramente al di là delle tante maschere dietro cui si celò nei romanzi e nella vita».
Un libro pensato come reliquia privata da tenere nel cassetto, dialogo da innamorato a innamorata che costituisce però una porta d’ingresso privilegiata per conoscere la psicologia amorosa del poeta di Alcyone (volume fondamentale parimenti curato da Roncoroni negli Oscar).
«Dalle pagine del Solus – annota il critico comasco – esce chiaro, ancora una volta, l’autoritratto di un uomo che, se fu capace di profondi sentimenti e di grande dedizione verso le donne che amò, fu anche, un po’ per istinto e un po’ per libera scelta, incapace di essere spontaneo e sincero e, di conseguenza, sempre teso a prevaricare sul reale con la forza prepotente del suo egoismo, della sua sensualità e, anche, della sua “arte”». Un diario letterario, e un laboratorio di scrittura che esce così in una edizione preziosa non solo per gli appassionati del Vate. Dato che, si legge nella nota di copertina, «affronta anche i problemi filologici relativi al testo, presenta per la prima volta il punto di vista sulla vicenda della coprotagonista femminile, Giuseppina Mancini alias Giusini alias Amaranta: le sue lettere, recentemente recuperate, consentono di ricostruire una storia in parte diversa da quella che d’Annunzio ha voluto accreditare nel Solus ad solam e soprattutto gettano una luce nuova sulla figura di questa donna che si trovò a vivere un’esperienza amorosa che la inebriò e travolse in una continua alternanza di sublimi abbandoni erotici e di devastanti sensi di colpa».
Un grande romanzo d’amore e lo specchio di un’epoca, per il valore intrinseco del testo e anche per la cornice di parole che ha saputo tessergli attorno evidenziandone ogni aspetto stilistico e psicologico il comasco Federico Roncoroni, curatore amorevole e appassionato di tante edizioni dannunziane (da ricordare non solo quelle mondadoriane ma anche le corpose antologie di prosa e poesia del Vate nei tascabili garzantiani).

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