Sostegno ai minori, ginepraio kafkiano

opinioni e commenti di adria bartolich

di Adria Bartolich

La scuola si fa giustamente carico di accogliere, educare, istruire e sostenere bambini e ragazzi di tutte le provenienze ed estrazioni. Nella scuola, di conseguenza, vengono convogliati anche tutti i problemi sociali degli ambienti da cui provengono gli studenti e di cui sono portatori, molte volte senza filtri. Se una famiglia ha un problema, il ragazzo lo manifesta con una serie di sintomi che gli rendono difficile la vita in classe o la concentrazione nello studio. Qualcuno riesce a imporsi ritmi e impegno, ma sono casi rari.

Purtroppo per uscire da alcune situazioni la sola forza di volontà spesso non è sufficiente. Il sistema pubblico, per questo, mette a loro disposizione una serie di supporti che, però, tendono a essere organizzati come quando il ricorso all’assistenza, al sostegno e agli educatori, era più raro.

Ora invece la scuola si trova ad avere un numero di “casi particolari” che non di rado arriva a un terzo della classe, con una moltiplicazione di interventi che rischiano di interferire tra di loro creando inefficienze, nonché un appesantimento burocratico eccessivo dovuto a una serie di rendicontazioni: Pdp (Piano didattico personalizzato), Pei (Piano educativo individualizzato), Pdf (Profilo dinamico funzionale), cioè rendicontazioni individuali sul loro disturbo.

Poi ci sono le diverse competenze: fornire il sostegno è compito della scuola che chiede all’ex Provveditorato un certo numero di ore di insegnamento individualizzato, poi gli educatori di pertinenza comunale. Ma ci sono ragazzi sui quali si forma una sorta di nuvola di Fantozzi di competenze. Parliamo di quelli affidati dal Tribunale dei minori a strutture particolari, comunità o casa famiglia. Qui il problema si complica maledettamente.

Il minore affidato ai servizi sociali viene collocato presso una struttura, quasi sempre privata o gestita da religiosi; il carico economico è in capo al comune di residenza. Se il ragazzo rimane nel proprio comune è chiaro chi deve occuparsene, anche se ci sono comuni poveri o di aree a rischio per i quali farsi carico dei casi significa andare in rosso con bilancio. La gestione rischia di diventare problematica quando il bambino  di un comune viene collocato in un altro. Qui si apre un ginepraio di competenze – chi se ne occupa, chi paga, chi interviene – a dir poco kafkiano.

Per cui può succedere che un bambino, con disturbi psichici gravi, non venga supportato da una terapia psicologia per anni perché non si sa chi deve pagarla, vanificando così ogni possibilità di recuperarlo, nonostante i costi già sostenuti per lui. Tutto questo senza che esista un punto di coordinamento, che per ragioni funzionali dovrebbe essere almeno regionale, e un quadro normativo specifico di riferimento.  Il recupero dei minori, in un Paese progredito, dev’essere  considerato una priorità.

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