Spari nella notte e auto in fiamme a chi non pagava il pizzo

altEstorsioni e minacce
Le drammatiche storie che emergono dall’ordinanza che ha portato all’arresto di 12 comaschi

Al gruppo criminale si poteva solo dire «sì». Nessun’altra risposta era accettata, per non scatenare l’ira dei componenti che non facevano nulla – come scrivono i magistrati della procura di Busto Arsizio nell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato a 36 misure restrittive (tra carcere, domiciliari e obblighi di firma) – per non trarre «vantaggio dalla loro fama criminale, tristemente nota a livello locale, per ottenere la totale soggezione delle vittime». Azioni che potevano avvalersi

– si legge ancora – della «forza intimidatrice derivante dai legami con la ’ndrangheta» di persone vicine al gruppo. Nessuno veniva risparmiato, nemmeno chi in precedenza era sceso a patti con il male. E per riportare tutti sulla retta via, non veniva lesinato nemmeno il piombo. Attenzione però, non stiamo parlando di chissà quale città del Sud stritolata dalla piovra della mafia, ma della Bassa Comasca. Di Mozzate, Limido, Villa Guardia.
Paesi dove il pizzo era per molti la regola con cui convivere, almeno stando a quanto contenuto nella già citata ordinanza chiesta al termine delle indagini dei carabinieri del nucleo operativo di Saronno. Operazione “San Marco” – nome dato proprio da un ristorante di Mozzate vittima dell’usura – che ha portato a indagare 61 persone coinvolgendo anche 12 comaschi. Un blitz che ha sgominato un gruppo criminale vicino alla malavita organizzata di stampo calabrese, che controllava il territorio con attività come spaccio di droga, prostituzione, rapine, furti, ma anche un giro di false revisioni alle automobili che ruotava attorno ad una officina, sempre di Mozzate, e a cui le altre attività dovevano sottostare.
Auto crivellata di colpi a Limido
Limido Comasco, 4 ottobre 2012. È notte. Un’auto percorre via Diaz. Scende un uomo di 40 anni. È nato a Seminara, Reggio Calabria, ma da anni vive a Gerenzano. Impugna una pistola semiautomatica. Si avvicina ad una Fiat Punto, parcheggiata lungo la via, e esplode una serie infinita di colpi, otto in totale, di cui sei colpiscono la fiancata destra e il vetro della portiera mandandolo in frantumi. Poi l’uomo scappa, sale a bordo dell’auto con cui è giunto e dove ad attenderlo c’è il complice, un 56enne anche lui nato a Seminara, anche lui residente ora a Gerenzano, e ritenuto essere vicino alle cosche calabresi. Fuggono sgommando nel pieno della notte. L’auto crivellata di colpi è di un uomo noto come “Pino”, 40 anni, responsabile di un centro revisioni di una officina di Mozzate. La stessa attorno alla quale ruotavano le false revisioni. Quegli spari, come intuito dalle forze dell’ordine che indagano sulla vicenda, sono un chiaro avvertimento con metodi malavitosi. Il 40enne di Limido, infatti, aveva «manifestato la volontà di non avvalersi più della mediazione» dei due criminali che recuperavano auto da revisionare (senza mai essere viste ovviamente) da altre officine che non potevano che dire sì. Pena subire angherie di ogni sorta. L’obolo da pagare per queste pratiche false andava dal 10 al 20% del totale. E sono almeno una decina le attività finite nel giro di questi taglieggiamenti. Così fin quando una di queste vittime dice basta, parla con il 40enne e insieme decidono di far presente ai due uomini di Seminara la voglia di “tirarsi fuori”. La risposta è affidata alle armi in una notte di ottobre. Ad un’altra officina di Villa Guardia era andata peggio, con 14 auto distrutte, 4 delle quali senza targa. Gli automezzi bruciati erano in vendita o in attesa di essere demoliti. Anche in questo caso, alla base ci sarebbe un rifiuto a sottostare alle volontà del gruppo criminale.
«Paga o andiamo da tua moglie»
Ci spostiamo tra Solbiate e Olgiate Comasco. Il taglieggiato è un imprenditore edile. Deve consegnare 4mila euro. All’incontro del 25 luglio 2012 (fuori dalla chiesa di Solbiate) si presentano due uomini: uno è un 57enne domiciliato a Cantù ma originario di Asso, il secondo è un personaggio – oggi deceduto – ma conosciuto in quanto vicino alla ’ndrangheta. La frase non si presta ad interpretazioni ed è piuttosto diretta: «Se non ci dai i soldi tu, andiamo a farceli dare da tua moglie». Viene fissato un nuovo appuntamento fuori da un bar, sempre a Solbiate. Il 57enne arriva, intuisce che qualcosa non quadra e pensa che possano esserci nei dintorni le forze dell’ordine e per questo si allontana.
Il ricatto a luci rosse
Un terzo episodio appena fuori dal Comasco dimostra come tutti i mezzi erano leciti. Ad un imprenditore di pompe funebri, infatti, il gruppo criminale aveva chiesto il pizzo e, per farlo cedere, era riuscito a entrare in possesso di foto compromettenti in cui un componente della banda – dall’aspetto piacente – aveva circuito la moglie della vittima scattando poi foto hard. Immagini e video utilizzati per taglieggiare il povero imprenditore cui via via erano stati chiesti contanti (8mila euro) ma anche auto (una Mercedes) da intestarsi e esportare.
Tutti fatti, quelli appena raccontati, non avvenuti in Calabria o in Campania, bensì come detto nella Bassa Comasca. A pochi chilometri dal confine con la Svizzera. E forse anche questo, a ben guardare, non è un caso.

Mauro Peverelli

Nella foto:
Tra le attività del gruppo anche le rapine, come questa alla sala giochi di Mozzate

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