«Spesa, in Italia un’offerta più ampia e meno cara». Lo schiaffo rumoroso del governo svizzero

Carrelli supermercato

Per noi sono i «pendolari della spesa». Dall’altra parte della frontiera, invece, li chiamano «turisti degli acquisti». In buona sostanza, sono gli svizzeri che ogni giorno, a migliaia ormai, invadono soprattutto i supermercati per riempire i carrelli. Frutta, carne, verdura, persino latticini: tutto in Italia costa molto meno. E con il potere d’acquisto di un salario elvetico, fare acquisti nei centri commerciali strategicamente collocati a ridosso delle dogane è quasi un divertimento.
Il fenomeno ha assunto proporzioni gigantesche, e non soltanto in Ticino. Tutti i cantoni di frontiera vivono le stesse situazioni. A soffrirne moltissimo sono, ovviamente, i negozi e i supermercati di città come Lugano, Chiasso, Ginevra, Basilea.
La questione è diventata pure un caso politico. E nel maggio del 2017, il Parlamento svizzero ha chiesto con un «postulato» (l’equivalente di una nostra mozione) al governo federale di redigere un rapporto sul franco forte e sulle ripercussioni nel mercato interno.
A distanza di due anni, il consiglio federale ha pubblicato lo studio preteso dai deputati: 33 pagine messe online (in francese) sul sito istituzionale.
Come sempre, la Svizzera dimostra di essere insieme pragmatica e realista. Non cerca scuse, né grida al complotto. Analizza con lucida freddezza i fatti, dando risposte concrete.
E così, ai parlamentari che da tempo chiedono misure restrittive, barriere doganali, abbassamenti della franchigia Iva e altri simili interventi, la lettura del rapporto dev’essere andata un po’ di traverso.
Le tante soluzioni ipotizzate dai deputati e dai senatori di Berna, spiega il governo rossocrociato, presentano tutte vantaggi e svantaggi. Ciò che però conta più di ogni altra cosa è che non esiste una soluzione ideale. Per combattere i prezzi elevati in Svizzera, le misure proposte non risultano «né necessarie né efficaci». Non servono, insomma, a un bel niente.
Anche la riduzione della franchigia per l’Iva sulle merci importate, attualmente fissata a 300 franchi, non avrebbe effetto. Anzi, per il governo, potrebbe addirittura essere controproducente e incentivare ancora di più «il turismo degli acquisti. Il cittadino potrebbe infatti dirsi: “Dal momento che devo in ogni caso sdoganare la merce acquistata, tanto vale che faccia tutti i miei acquisti all’estero e non solo una parte”».
Insomma, dice chiaramente il consiglio federale, gli acquisti all’estero possono essere contrastati soltanto con «misure per combattere il divario dei prezzi tra Svizzera e Paesi confinanti». Facile a dirsi, un po’ meno a farsi. Anche perché questo divario è figlio di una «differenza» degli stessi prezzi «di circa il 60% rispetto» agli Stati più ricchi dell’Unione Europea.
«Generalmente – si legge nel rapporto – in Svizzera molti beni di consumo sono in linea di principio più costosi. Le cause delle differenze di prezzo sono molteplici: salari, affitti, regolamenti, barriere tariffarie e non tariffarie al commercio, protezione delle frontiere in agricoltura, scarsa intensità della concorrenza in determinati settori».
La Svizzera tende a proteggere troppo alcuni settori – ad esempio quello agricolo – determinando così un innalzamento dei prezzi insostenibile anche per i consumatori interni.
Va da sè che il rapporto franco-euro ha dato a questo sistema un colpo di grazia. «L’apprezzamento del franco rispetto all’euro dalla crisi del debito sovrano, e in particolare dall’abolizione del tasso di cambio» protetto dalla Banca centrale (inizio del 2015), «fornisce un contributo decisivo alla chiara differenza di prezzo. La forza del franco è responsabile di gran parte di questa differenza, che è aumentata tra il 2008 e il 2017 da circa il 20% a oltre il 60%».
Un’ultima considerazione inserita nel rapporto del governo svizzero suona come uno schiaffo in faccia al sistema commerciale nei vari cantoni. La gente va a fare la spesa in Italia anche per «un’offerta di prodotti differente, più ampia e diversificata. I consumatori apprezzano poi l’orario di lavoro più ampio e le possibilità di parcheggio».
In un Ticino che discute ancora adesso sull’opportunità o meno del lavoro domenicale e sulle chiusure alle 18 nei giorni feriali, le osservazioni del consiglio federale dovrebbero quantomeno servire a scuotere un sistema ormai troppo irrigidito.

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