Spina Verde, nuovi tesori preistorici

reperti in Spina Verde

Dove si insediarono i primi comaschi, giace sotto un tumulo a terrazze in località Rondineto tra Prestino e San Fermo, addormentata nel terreno, una struttura che promette di essere la più imponente di tutto il parco Spina Verde, ancor più estesa della “camera grande”. E nei prossimi mesi verrà svolto un lavoro di ricerca e misurazioni per un’opera di aggiornamento della mappatura e ricontestualizzazione delle evidenze dell’area protostorica dell’intero parco per produrne una nuova cartografia digitale. Il tutto sotto la supervisione dell’Università La Sapienza di Roma, sotto la guida dell’archeologo Alessandro Vanzetti, esperto di protostoria europea. Proprio il docente giovedì scorso ha presentato i risultati del progetto di indagine sul sito archeologico comasco nel corso di una conferenza online all’Istituto Archeologico Germanico di via Sicilia 136 a Roma. Louis Nebelsick dell’Università di Varsavia, Carola Metzner-Nebelsick dell’Università di Monaco, Ines Balzer dello stesso istituto romano hanno illustrato i risultati della ricerca che come si vede coinvolge più Paesi e vede la collaborazione della Soprintendenza per la Lombardia. I risultati sono anche nel volume Crossing the Alps. Early Urbanism between Northern Italy and Central Europe (900-400 BC) edito da Sidestone Press.
Si tratta di uno dei punti di interesse del percorso archeologico della Spina Verde che dal sito di Leno, visibile dalla strada principale che collega Como a San Fermo (vasto ambiente rettangolare con possenti muri a secco e una rampa di accesso) conduce ai siti protostorici tuttora visitabili della Camera Grande, della Camera Carugo, della Fonte Mojenca e dell’abitato protostorico di Pianvalle. Ossia le origini della città di Como.
Gli studiosi hanno inquadrato i ritrovamenti nell’ambito degli studi sul periodo di transizione tra Età del Bronzo ed Età del Ferro in ambito europeo e non solo italiano, stabilendo collegamenti tra l’Italia del Nord e il centro del continente. Il sito di Rondineto appartenente alla cultura di Golasecca era già noto dall’Ottocento, con scavi i cui reperti sono in parte al museo archeologico Giovio e descritti in articoli sul periodico della Società Archeologica Comense. Ma ora non si è lavorato di pala e piccone ma con tecnologia moderna. In autunno la Sapienza dovrebbe tornare in loco per ulteriori accertamenti.
Il tutto è partito il 30 ottobre 2018, quando Fabian Welc e Louis Nebelsick dell’università di Varsavia e Dario Monti dell’Università di Bologna utilizzando il georadar e un gradiometro hanno sondato l’area ai piedi del Monte Croce in via Isonzo. Hanno individuato due poligoni, illustrati nel corso della conferenza, il primo poligono eretto sulla sommità di un basso tumulo con rive ripide a gradoni, un altro sulla terrazza piatta che è delimitato a Nord da un terrapieno poco profondo e un muro di pietra a Sud.
Una monumentale struttura scavata nella roccia è stata evidenziata nelle analisi con una lunghezza di oltre 20 metri e una larghezza di circa 5 metri: «una casa preistorica, parzialmente scavata nella roccia e simile, ma molto più grande della vicina Camera Grande», dicono gli studiosi. Nel secondo poligono evidenziato nella ricerca si è ipotizzato che il muro avesse porte o estensioni simili a bastioni (forse torri?). Erano forse queste strutture le cantine delle case degli antichissimi comaschi? È presto per dirlo, servono altre indagini anche per correlare i vari insediamenti, quelli noti da secoli e quelli di recente acquisizione. E per questo sarà fondamentale la ricerca annunciata dal professor Vanzetti durante la conferenza online di giovedì, una nuova mappatura digitale dell’area archeologica della Spina Verde. Fondamentale per capire, anche in una prospettiva comparativa, a che punto di sviluppo giunse il sito protourbano di Como che unisce il Lario a tante altre località di interesse preistorico a Nord delle Alpi.

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