di Mario Rapisarda, Opinioni & Commenti

Sport sul Lario: il sogno e la triste realtà

di Mario Rapisarda.

Questa notte ho fatto un sogno. È domenica mattina: sono le 11, esco dal garage di casa e vado con tutta la famiglia al Sinigaglia per vedere Como-Milan. Dopo aver parcheggiato nel grande autosilo proprio sotto lo stadio, andiamo a far la spesa dentro la struttura, dove c’è un piccolo supermercato. Poi tutti al ristorante, sempre all’interno dell’impianto sportivo, dove mangiamo una pizza prima dell’inizio della partita. Sugli spalti c’è una gran festa per il ritorno in serie A degli azzurri dopo tanti anni d’inferno nelle categorie minori.

La solida società, tutta formata da seri imprenditori comaschi innamorati della loro squadra, ha logicamente presentato per tempo tutte le fideiussioni e i documenti necessari per l’iscrizione al campionato di massima serie. Inoltre, grazie a un esempio virtuoso di collaborazione tra pubblico e privato, in accordo con il Comune è stato completamente ristrutturato il glorioso Sinigaglia, diventato un centro polifunzionale, con parcheggio interrato, negozi e ristoranti (naturalmente anche la piscina è stata rinnovata, sempre in linea con i dettami della Soprintendenza). Abbattuta l’orrenda curva in tubi d’acciaio, è stato ricostruito anche il vecchio anello per il ciclismo. La cittadella razionalista ha insomma visto rinascere il suo piccolo stadio-gioiello, che adesso nessuno chiama più Frankenstein.

Dall’alto della curva si riesce perfino a intravedere in lontananza la passeggiata del lungolago. È stata perfettamente ripristinata dopo lo scandalo del muro, durato una vita, da una inedita amministrazione di “unità locale” formata da tutti i partiti di destra, centro e sinistra, più attenta ai gravi problemi del territorio che agli scontri fra politici che imperversano a livello nazionale e si ripercuotevano drammaticamente (e inutilmente) su base locale. Attorno al Sinigaglia non ci sono più barriere di sorta e imponenti schieramenti di forze dell’ordine, che rendevano la zona un fortino di guerra: come nel Regno Unito leggi ad hoc e pene certe hanno debellato il tifo violento e gli stadi sono tornati a essere luoghi per le famiglie.

Ma la nostra intensa giornata sportiva non finisce qui. La sera c’è il posticipo di basket, con il superderby tra Como e Varese. Mio figlio propone di andare al nuovo e bellissimo palazzetto di Cantù. Anche in questo caso la proprietà è cambiata. Non è più straniera, ma tutta formata da industriali locali (in particolare del legno-arredo). Hanno compreso quanto sia importante la promozione del loro settore di eccellenza attraverso lo sport di altissimo livello. La squadra l’anno scorso ha infatti vinto la Coppa dei Campioni e lo scudetto, forte dei grandi giocatori che ha acquistato in modo oculato, ed è tornata ai livelli che la fecero diventare nei decenni passati uno dei team più forti e temuti al mondo.

Poi mi sono svegliato. E negli occhi ancora appannati dal sonno ho intravisto la triste realtà. La squadra di calcio del capoluogo, per l’ennesima volta, non ha presentato i documenti giusti al momento giusto e dopo un (a esser gentili e politicamente corretti) tragicomico finale di campionato rischia di rimanere ancora fra i dilettanti, facendo vivere ai tifosi e alla città l’ennesima estate da incubo. Giocherà in uno stadio, sotto il profilo architettonico e logistico, potenzialmente fra i più belli del mondo, in riva al lago. Ma in realtà malmesso, rattoppato in tutte le sue parti e unicamente con i requisiti minimi per ottenere l’agibilità. La squadra di basket, poi, da anni è finanziata sostanzialmente da capitali russi, senza veri legami con il territorio, è molto lontana dai fasti di un tempo e gioca a Desio, fuori non soltanto dal territorio canturino, ma addirittura da quello provinciale (e lo farà ancora per molto tempo). La sintesi di tutto questo? Un’immensa tristezza. E la convinzione che sul Lario, per lo sport, non c’è il minimo interesse. Patetiche dichiarazioni di circostanza a parte.

8 settembre 2018

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Mario Rapisarda

Mario Rapisarda mrapisarda@corrierecomo.it


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