Giorgio Squinzi, la Svizzera e le polemiche

altDuro il deputato e imprenditore comasco Gianfranco Librandi: «Lasci Confindustria»
Vado al massimo, cantava Vasco Rossi a Sanremo nell’anno in cui l’Italia vinceva il suo terzo titolo mondiale di calcio.
Vado in Svizzera, intona invece Giorgio Squinzi. Sollevando un analogo coro di stupefatta sorpresa. Sì, perché il presidente di Confindustria che minaccia di fare le tende ed emigrare con la sua azienda in Ticino, non è proprio una notizia da poco. Eppure, è accaduto.

Venerdì sera, a margine di un colloquio con il governatore leghista Roberto Maroni che lo aveva inviato a «Dillo alla Lombardia», happening sul rilancio economico della regione motore dell’economia nazionale, il numero uno degli imprenditori si è lasciato sfuggire un lamento subito diventato oggetto di discussione virale, soprattutto in rete. «Anche stamattina ho ricevuto offerte per trasferire il nostro headquarter in Ticino, se mi fanno aspettare altri quattro, cinque anni per realizzarlo a Milano ci posso anche pensare», ha detto Squinzi. E di fronte all’obiezione, immediata, del presidente della giunta lombarda, il quale lo ha caldamente invitato a una «mossa che risulterebbe molto pericolosa per l’economia italiana», Squinzi ha ribattuto subito e in un tono affatto scherzoso: «No no, ci penso». 

Subito dopo, forse avendo compreso la portata delle sue affermazioni – e il fatto che provenissero dal presidente della Confindustria – l’imprenditore ha tentato di alleggerire un po’ la sua posizione.
«È apprezzabile – ha detto infatti collegandosi ai progetti promossi dalla giunta lombarda negli ultimi mesi a favore del mondo industriale – mettere in cantiere tante iniziative nonostante la crisi. Avete attuato buoni progetti su semplificazione, riduzione delle imposte, garanzia al credito e infrastrutture, ma ci sono ancora margini di miglioramento. Gli investimenti pubblici in ricerca possono essere migliorati perché in questo momento sono bassi rispetto alle potenzialità della nostra Regione. Si può migliorare anche in termini di aumento del digitale, di concessione di permessi, sia sulle società controllate per motivi di efficienza. Dobbiamo evitare che le imprese lombarde vadano all’estero».
La provocazione del presidente di Confindustria, però, ha fatto come detto immediatamente breccia. E le reazioni non si sono fatte attendere.
Uno dei più duri contro Giorgio Squinzi è stato il deputato comasco Gianfranco Librandi, anch’egli imprenditore, eletto a Montecitorio nelle liste di Scelta Civica.
«Da imprenditore conosco benissimo le difficoltà, burocratiche e non solo, che si hanno nel fare impresa in Italia – ha detto Librandi – Ma mai e poi mai mi verrebbe in mente di spostare la mia azienda all’estero. Per rispetto del mio Paese, che mi ha dato tanto e a cui devo tanto. Per questo trovo sgradevoli le dichiarazioni del presidente di Confindustria, il quale vorrebbe spostare la sede della propria azienda Mapei in Svizzera».
Librandi insiste parlando di «Parole irrispettose verso quegli imprenditori che, nonostante tutto, continuano a restare in Italia, a investire e a dare posti di lavoro. Parole che fanno venire meno il ruolo che dovrebbe avere Squinzi di rappresentare il mondo dell’impresa italiana. Squinzi dovrebbe dimettersi da presidente di Confindustria. Anche perché in Italia non c’è bisogno di un leader degli imprenditori che si lamenta in continuazione, ma di uno che lavora con governo e Parlamento per il bene comune».
Con maggiore ironia commenta le affermazioni del numero uno di Confindustria il segretario generale della Cisl di Como e Varese, Gerardo Larghi. «In realtà, sarei anche contento se Squinzi andasse in Ticino, anche perché sono convinto che assumerebbe soltanto lavoratori italiani – dice Larghi – Certo, pretenderei che il capo degli industriali rispettasse il contratto e quindi mettesse nella busta paga dei suoi dipendenti 4.500 franchi al mese. Al di là di questo, credo che la boutade di Squinzi sia stata dettata dalla fatica che ciascun imprenditore è costretto a sopportare con la burocrazia e, soprattutto, con la giustizia civile».

Da. C.

Nella foto:
Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria

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