Vip

Domani su Raitre la “zarina” di Menaggio

MISTERI DELLA STORIA Dopo l’episodio di Anastasia, ci fu una figlia “italiana” dello zar Nicola II, che comparve sul lago nella prima metà degli anni ’40
“Chi l’ha visto” si occuperà del caso di Marga Boodts, la donna che si disse granduchessa
La notte tra il 16 e il 17 luglio 1918, nel seminterrato di casa Ipatiev, a Ekaterinburg, sotto i colpi di un plotone di esecuzione comandato da Yakov Yurovsky, terminava la vita di Nicola II, zar senza più corona – aveva abdicato un anno prima – di tutte le Russie. Insieme con lo zar venivano sterminati la zarina Alessandra d’Assia e i figli Olga, Tatiana, Maria, Anastasia e Alexej, l’erede di un trono ormai crollato sotto i colpi della rivoluzione bolscevica.
Per decenni l’eccidio di Ekaterinburg
ha acceso la fantasia di storici, romanzieri, registi. Che hanno “riscritto” più volte la fine nel sangue della dinastia dei Romanov, quasi sempre insinuando l’ipotesi che qualcuno potesse essere sopravvissuto al fuoco degli undici agenti della Ceka inviati in Siberia dal governo dei Soviet.
Soltanto nel 1991, l’analisi del Dna compiuta sui resti dei corpi riesumati da una fossa comune svelò l’unica verità possibile.
Nell’estate del 1918 non c’era stato alcun superstite. I cadaveri di Nicola II, della moglie e dei cinque figli erano stati sfigurati, mutilati e bruciati, quindi gettati nel pozzo di una miniera della cittadina siberiana. Infine, sepolti in una fossa. Alla fine degli anni ’70, lo scrittore e regista Geli Ryabov, insieme con il geologo Aleksandr Advonin, trovò sul luogo dell’eccidio tre teschi e subito pensò che potessero appartenere ai membri della famiglia reale.
Nonostante fossero trascorsi quasi sessant’anni, erano evidenti i segni del calcio dei fucili usati dal plotone di esecuzione e ancora presenti le protesi dentarie d’oro.
All’epoca le autorità moscovite non vollero dare alcuna pubblicità al ritrovamento. I tre crani furono nascosti e soltanto nel 1989, dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine della Russia comunista, la vicenda venne alla luce.
Nel 1991 i teschi furono poi analizzati con tutti gli altri resti umani scoperti e riesumati a Ekaterinburg. L’esito degli esami non lasciò alcun dubbio. Quelle misere spoglie appartenevano tutte alla famiglia Romanov.
Restava, nel 1991, un dubbio. Tra i corpi riesumati nella fossa comune di Ekaterinburg, infatti, non erano stati rintracciati i cadaveri di Alessio, l’erede di Nicola II, affetto da emofilia e di Anastasia.
I due figli dello zar erano stati tuttavia uccisi e i loro corpi bruciati nei pressi del luogo dell’eccidio.
La soluzione del mistero giunse nell’aprile del 2008, quando in un’area poco distante dalla casa Ipatiev vennero trovati i loro resti. Fino a quel momento, almeno per i più romantici inseguitori di una realtà impossibile, è rimasta in piedi la leggenda della fuga di uno o più figli di Nicola II. Leggenda nata nel febbraio 1920, quando in un ospedale psichiatrico di Berlino venne ricoverata una ragazza polacca, Anna Anderson, la quale sosteneva di essere Anastasia, «figlia dell’ultimo zar russo». La somiglianza con Anastasia era invero impressionante, soprattutto per alcuni particolari somatici. La ragazza conosceva dettagli della vita di corte e attorno a lei si creò un autentico enigma, ingigantito nel 1956 da un celebre film girato da Anatole Litvak e interpretato da Ingrid Bergman e Yul Brinner.
Una seconda figlia dello zar, la granduchessa Olga, comparve nella prima metà degli anni ’40 in Italia, sul Lago di Como. A guerra ancora in corso, Marga Boodts, proveniente da Sanremo, era scesa a Tremezzo, all’Hotel Bazzoni, accompagnata da un uomo. Il marito, forse. O un segretario. In mano un passaporto tedesco intestato a Maria Botticher, coniugata Boodts.
La donna, conosciuta anche con il cognome Weiss, doveva probabilmente fermarsi sul lago pochi giorni. Ma il precipitare degli eventi bellici e un incontro la convinsero a restare per sempre.
Marga Boodts, che sostiene di essere la primogenita di Nicola II, si lega a Marta Ajroldi, menaggina, commerciante di ferramenta. Le due donne parlano tra loro in tedesco, vanno a vivere insieme prima in una villa di Menaggio, poi a Nobiallo, in una casa che guarda il lago. Marta diventa la dama di compagnia di Marga Boodts, la segue ovunque e la sostiene nella lunga battaglia di rivendicazione della sua identità.
La vicenda di Olga-Marga “esplode” con un memoriale pubblicato a puntate sul settimanale Epoca nel 1956.
«La mia “storia incredibile”, che soltanto oggi rivelo al mondo, comincia nella notte del 16 luglio 1918 – scriveva la donna – In quella notte, la mia famiglia imperiale fu distrutta dai cekisti del Soviet di Ekaterinburg. Secondo le cronache del tempo, anch’io primogenita dello zar Nicola II spartii la tragica sorte dei miei familiari. Ma così non è. Dalla cantina di casa Ipatiev, io, granduchessa Olga Nikolàevena di Russia – e, non vigendo nella mia Patria la legge salica, oggi zarina di tutte le Russie – uscii ferita ma viva. La volontà di Dio e mani pietose mi salvarono».
Si scopre così che Olga, dopo aver vissuto qualche tempo in Siberia in una casa di contadini, aveva raggiunto l’America in nave e da qui era rientrata in Europa, nella Germania Orientale, dove era stata ricevuta dal kaiser Guglielmo II, cugino della madre Alessandra.
Il kaiser “riconosce” Olga e le affianca una dama di compagnia, la baronessa Elizabeth von Esebeck. Quest’ultima, prima di morire, consegna alla Boodts un documento con il quale l’imperatore di Germania riconosce la donna quale primogenita dello zar Nicola II.
Un autentico giallo, quello di Marga Boodts, di cui torna ora a occuparsi la trasmissione Chi l’ha visto?, che domani manda in onda un documentario firmato da Fabrizio Franceschelli. La troupe di Raitre è stata a Menaggio nelle settimane scorse e ha parlato con gli eredi di Marta Ajroldi, custodi ancora oggi di documenti, lettere e diari della presunta granduchessa.
«Dopo tanti anni si torna a parlare di Olga – dice Maria Grazia Vanini, nipote di Marta Ajroldi – lo scorso anno ho ospitato lo scrittore francese Michel Wartelle aiutandolo nelle ricerche necessarie al suo libro, poi pubblicato, L’affaire Romanov. Non pensavo che a qualcuno potesse ancora interessare la storia di questa donna».
Da alcuni bauli conservati in cantina e pieni zeppi di vecchi documenti, ritagli di giornale e fotografie in bianco e nero, Maria Grazia Vanini estrae un plico chiuso da un sottile spago di canapa. «Sono le memorie di Olga – dice – Probabilmente le stesse che “Epoca” aveva iniziato a pubblicare nel ’56. Sarebbe bello che qualcuno le studiasse con attenzione. Potrebbero rivelare sorprese interessanti».
Una cosa è certa. L’avventurosa esistenza di Marga Boodts, riletta a distanza di anni, è una sorta di romanzo. In cui sono compresi tutti gli elementi più tradizionali del mistero: la morte violenta, il potere, la presenza di uomini che hanno fatto la storia.
Uno di questi, Papa Pio XII, sembrò credere al racconto della donna. Lo rivelò, pare, al suo confessore suor Pasqualina Lehnert, per 40 anni segretaria e governante di Papa Pacelli. Parlando con il francescano padre Fernando Lamas Pereyra de Castro, suor Pasqualina disse che il pontefice aveva ricevuto due volte in Vaticano le granduchesse di Russia Olga e Maria. Nel 1918, monsignor Eugenio Pacelli era nunzio apostolico in Baviera e condusse una trattativa – documentata dall’Osservatore Romano – insieme con il re di Spagna, Alfonso XIII, per la liberazione della zarina e delle figlie. Suor Pasqualina Lehnert morì a 89 anni il 13 novembre del 1983, portando con sé ogni altro segreto sulla vicenda.
Certo è, come ricorda la stessa Maria Grazia Vanini, «che Marga Boodts e zia Marta andarono più volte in Vaticano. A un certo punto seppi che la Santa Sede aveva concesso a Marga una sorta di vitalizio. “Allora mi avete riconosciuto come la figlia dello zar”, disse. “Se è così, voglio che la Chiesa lo affermi ufficialmente”».
Dalle stanze del Vaticano, tuttavia, questo riconoscimento non giunse mai.

Da. C.

Nella foto:
Un ritratto di Marga Boodts, che sostenne di essere la primogenita di Nicola II
7 marzo 2010

Info Autore

Redazione

Redazione Corriere di Como redazione@corrierecomo.it


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Archivio
settembre: 2018
L M M G V S D
« Ago    
 12
3456789
10111213141516
17181920212223
24252627282930
Numeri utili
NUMERO UNICO DI EMERGENZA
numero 112 lampeggianti
 Farmacie di turno 

   Ospedali   

   Trasporti   
Colophon

Editoriale S.r.l. (in liquidaz.)
Via Sant’Abbondio 4 – 22100 Como
Tel: 031.33.77.88
Fax: 031.33.77.823
Info:redazione@corrierecomo.it

Corriere di Como
Registrazione Tribunale di Como n. 26/97
ROC 5370

Direttore responsabile: Mario Rapisarda

Font Resize
Contrasto