“Statuto dei frontalieri”, la fascia di confine può diventare un laboratorio europeo

Frontalieri, firma accordo Italia Svizzera

La storica firma tra Italia e Svizzera del 23 dicembre scorso sull’imposizione dei lavoratori frontalieri, nella foto, con un protocollo che modifica la Convenzione per evitare le doppie imposizioni, è un fatto storico acquisito. Viene mandato in soffitta il precedente testo del 1974. I frontalieri che inizieranno a lavorare oltreconfine dopo l’entrata in vigore dell’accordo saranno sottoposti a un nuovo modello di tassazione. La Svizzera tratterrà una quota di imposta alla fonte dell’80%: l’Italia applicherà la tassazione con una serie di detrazioni (aumento della franchigia speciale per tutti i lavoratori da 7.500 a 10.000 euro, detrazione di quanto già tassato dalla Svizzera, non imponibilità degli assegni familiari erogati dalla Svizzera, deducibilità dei contributi per i prepensionamenti) che ridurranno notevolmente la differenza tra nuovi e vecchi lavoratori frontalieri. Cambia anche il sistema dei ristorni: dal 2034 non verrà più erogato da Berna a Roma, ma il governo istituirà un fondo ad hoc per trasferire le risorse. Tutto questo però deve ancora attendere l’ok dei rispettivi parlamenti. Con il governo Draghi ancora in costruzione, tutto slitterà se va bene al 2023 se non al 2024.
Intanto, come sottolinea il sindacalista Pancrazio Raimondo, responsabile nazionale della Uil Frontalieri, in sede di accordo i sindacati si sono impegnati con il governo Conte ad aprire un tavolo per la definizione di uno Statuto dei lavoratori frontalieri.
«Secondo me c’è ancora tanto lavoro da fare per stabilire un contesto giuridico e normativo in cui l’accordo, quando entrerà in vigore, possa davvero funzionare e dare piena dignità a tutti i profili lavorativi», dice Raimondo, che sottolinea tra l’altro come un lavoratore su cinque tra i frontalieri italiani in Svizzera sia da considerare “fuori fascia”.
«Dobbiamo dare più dignità a una categoria intera. Il mercato del lavoro svizzero è fondamentale per tanti italiani – rimarca il sindacalista – ma teniamo conto che la formazione scolastica e professionale di ogni lavoratore che presta la sua opera oltre frontiera è stata pagata dall’Italia. Una disparità che va tenuta presente in modo costruttivo».
Come? «Serve un cambio netto di prospettiva. Finora si è trattato il frontalierato con provvedimenti emergenziali o parziali, ad esempio solo sul fisco, su temi come la franchigia o i ristorni. Non si è mai affrontata con la dovuta attenzione la condizione giuridica di questi lavoratori “speciali”. È ora di farlo. Anche per esempio per quanto riguarda il mercato stesso del lavoro. Un trattamento migliore ad esempio sulla disoccupazione, altro risultato dell’accordo, è un atto di giustizia. Ma è ora che i frontalieri possano essere iscritti anche all’ufficio del lavoro svizzero per poter godere dei servizi al reimpiego elvetici. E per farlo serve più cooperazione tra le parti, anche con nuovi progetti integrati sull’aggiornamento professionale e sulla formazione. Vediamo la cosa in positivo. La fascia di confine lariana con l’esperienza pluridecennale su questi temi può essere un laboratorio pilota per tutta Europa dove i frontalieri sono un milione e mezzo. Potrebbe essere un elemento di avanguardia dal punto di vista del miglioramento della condizione giuridica di questi lavoratori, i cui diritti non possono essere basati sulla residenza»
Per Silvia Camporini delle Acli di Como (fondate nel 1944 dal comasco Achille Grandi), attive storicamente da sempre per l’aiuto ai frontalieri e dal 2015 con uno sportello specifico sui temi fiscali, tra i lavoratori c’è però ancora «molta incertezza, ad esempio pensiamo alla condizione di chi deve operare con lo smartworking pur mantenendo lo status di frontaliere. In qualche caso si è anche chiesto al lavoratore di pernottare in Svizzera durante i periodi di zona rossa in Lombardia».
Molti lavoratori fuori fascia, ovvero residenti in comuni a oltre 20 chilometri di distanza dal confine, bussano alle Acli per chiedere informazioni sulla loro condizione alla luce dell’accordo di Natale. E la stessa cosa fa chi vuole lavorare in Svizzera e valuta le proposte di lavoro:_ «L’accordo del 23 dicembre è un quadro generale e detta i confini entro i quali Italia e Svizzera devono muoversi, ma c’è ancora tanto da fare» dice Camporini.

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