Stefano Boeri: «Como è una storica cerniera fra Nord e Sud. E per le aree dismesse serve una regia pubblica»

Stefano Boeri

La città di Como – che smessi i panni di città industriale esprime vocazioni turistiche e culturali – ha molte aree degradate o dismesse da recuperare: l’ex tintostamperia Ticosa (40mila metri quadri), l’ex ospedale psichiatrico, l’ex ospedale, un ex cinema (il Politeama) che è uno dei primi esempi di cemento armato in Lombardia (1910). Molte sono di proprietà pubblica. Come procedere? E quale rapporto può avere con Milano? Di mero satellite o “dormitorio di lusso”? Lo chiediamo all’architetto di fama mondiale Stefano Boeri, autore del celebre Bosco Verticale milanese, modello di edificio residenziale sostenibile, assessore alla Cultura del Comune di Milano dal 2011 al 2013 e da febbraio 2018 presidente della Fondazione “La Triennale” di Milano.
«Diversamente da altri poli del Nord della Lombardia – dice Boeri – Como ha una sua capacità potenziale di diventare epicentro senza subire la gravitazione di Milano o del sistema del vicino Canton Ticino. È un punto di cerniera tra il sistema del lago e tutta la fascia prealpina, una cerniera tra la Svizzera e il sistema lombardo e il vicino Piemonte. E un punto di cerniera è stata anche tra vari momenti della storia, dalla presenza romana con Giulio Cesare fino alla grande stagione dell’industria tessile e della cultura architettonica del Razionalismo. Ed è stato anche un punto di cerniera tra forme diverse di abitare: luogo di residenza, ma anche di turismo temporaneo».
Come progettare quindi il futuro urbanistico della città lariana? «Il tema è proprio questo ruolo di cerniera che ha Como, il suo essere luogo mediano che comprende diverse identità e assorbe diverse polarità, il che rende difficile trovare un ruolo identitario univoco. Eppure questa è anche la vostra forza, a ben vedere: essere un punto di riferimento per mondi diversi tra loro, una pluralità o polifonia di caratteri che invita a non chiudersi su una sola funzione. Trovo che sia una riflessione che dovete affrontare e un dato che vi distingue da altre realtà come Brescia, Bergamo e le più vicine Varese e Lecco. Rispetto a queste realtà Como è molto più ricca di caratteri distintivi fra loro differenti e quindi non ha di fronte a sé una sola strada».
Come armonizzarle? «Evidentemente c’è bisogno di una regia pubblica che coinvolga tutti gli operatori, anche privati: penso alle ferrovie ma penso anche alla Cassa Depositi e Prestiti e alla Fondazione Cariplo che già si impegna molto sul territorio. Ma chi ha la regia deve puntare, su ciascuna area, a una politica differenziata: le città più avanzate affrontano questi casi di vocazioni multiple senza schiacciarle sotto il peso di un’unica procedura. Le azioni vanno coordinate, ma lasciando libertà agli operatori di potersi muovere. Anche con interventi provvisori come è il caso dell’ex Ticosa: è demoralizzante che in tanti anni non se ne sia mai venuti a capo. Credo che sull’area dell’ex tintostamperia lariana una presenza importante di destinazione “verde” potrebbe avere un ruolo importante per rendere più vivibile tutta la zona e bonificarla. E penso anche a un’altra cosa in chiave ecologica: una potenzialità non ancora sfruttata appieno a Como è la connessione terra-lago che potrebbe tra l’altro alimentare economie ecosostenibili interessanti, come gli idrovolanti elettrici a energia solare per voli brevi, rapidi e non inquinanti».
Un altro tema forte è il rapporto con il passato: Como è museo del Razionalismo con tanti edifici illustri, in primis la Casa del Fascio di Giuseppe Terragni. «Come presidente della Triennale di Milano, sono pronto in qualsiasi momento a venire a Como per progettare uno scambio fecondo tra la città lariana e Milano sul fronte dell’architettura: vedo all’orizzonte una felicissima convergenza. Su questo fronte siamo legati storicamente e potremmo agilmente immaginare un dialogo, magari ipotizzando un museo del design legato al primo trentennio del Novecento. Sarebbe bellissimo immaginarlo nella Casa del Fascio che potrebbe così avere una funzione culturale propria oltre che essere quello che già è, e cioè uno straordinario museo di architettura».

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