Strage di Erba, in 13 a processo: «Diffamarono i parenti delle vittime»

Strage Erba 4

No, su Facebook, come pure sugli altri social, non si può scrivere quello che si vuole, trincerandosi dietro a una tastiera, a uno schermo e (spesso) all’anonimato.
Quanto viene espresso con commenti, valutazioni, discussioni, se supera il limite consentito diventa perseguibile (per fortuna) dalla legge, cosa che evidentemente (ad aprire e leggere quotidianamente i social) ancora in pochi sanno. Il fascicolo chiuso in queste ore dalla Procura di Como, firmato direttamente dal procuratore capo Nicola Piacente, racconta di nomi e cognomi che, nel commentare la strage di Erba, si sarebbero lasciati prendere la mano, usando parole spregevoli e incolpando in modo esplicito Pietro e Giuseppe Castagna, figli di Carlo Castagna e Paola Galli, fratelli di Raffaella Castagna e zii di Youssef Marzouk. Commenti che, seguendo l’onda revisionista spinta a piene mani in questi mesi da alcune trasmissioni televisive, superarono – secondo quanto sostenuto dall’accusa – quel limite per cui scatta la diffamazione. Sono in tredici, ora, a doverne rispondere davanti a un giudice dopo che la Procura di Como ha messo nero su bianco il decreto di citazione diretta a giudizio. Tra questi l’amministratrice della pagina Facebook “Olindo Romano e Rosa Bazzi innocenti”, attorno a cui girarono i commenti finiti nell’occhio del ciclone. Fa anche impressione leggere l’età delle persone coinvolte, quasi tutte tra i 50 e i 70 anni, in gran parte donne (8 su 13). Tra queste ci sono una 70enne di Lecce, una 75enne di Seregno, una 68enne di Salerno, una 65enne di Stezzano (Bergamo), una 59enne di Bondeno (Ferrara), l’amministratrice del gruppo (una 56enne di Galbiate), una 41enne di Seregno e una 63enne di Taranto.
Gli uomini invece sono un 49enne di Torino, un 70enne di Edolo (Brescia), un 54enne di Verona, un 41enne di Torino e infine l’unico giovane, un 25enne di Morciano di Leuca, in provincia di Lecce. Come detto, il reato ipotizzato è la diffamazione, perché in quanto utenti della pagina indicata, commentarono in modo sprezzante alcuni articoli condivisi e che parlavano della morte di Carlo Castagna, marito, padre e nonno di tre delle quattro vittime della Strage di Erba.
«Ha perdonato in tutta fretta per tappare la bocca a tutti», commentava l’amministratrice nel maggio del 2018, «Castagna si è portato con sé i segreti della sua famiglia», aggiungeva un altro utente insinuando a presunte responsabilità dei figli nell’accaduto, e non di Rosa Bazzi e Olindo Romano come stabilito da più sentenze e decine di giudici.
Non mancarono, in quei commenti al post, anche scritti vergognosi: «Troppe chiacchiere su questo bauscia, resti in putrefazione», e ancora «assieme a quell’altro falso di Frigerio (supertestimone della strage, che nella mattanza perse la moglie Valeria Cherubini) adesso brucerà nelle fiamme dell’inferno», «infame».
No, anche su Facebook i leoni da tastiera non possono scrivere quello che vogliono perché in caso di segnalazione, se fosse riconosciuta la diffamazione, sarebbero chiamati a risponderne davanti ad un giudice. Ed è quello che è successo a Como, con la già annunciata richiesta di processo da parte della Procura lariana, in una udienza fissata di fronte al giudice monocratico Valeria Costi per il mese di dicembre del 2021. Il procuratore Nicola Piacente ha già ipotizzato anche eventuali definizioni del procedimento con accordi di pena: previsti una pena di 7 mesi per l’amministratrice del gruppo, 5 mesi per altri quattro assidui commentatori e infine 1.400 euro di multa per i restanti otto imputati. La speranza è che questa storia possa essere un monito per altri leoni da tastiera, affinché possano rendersi conto che la libertà di esprimere una opinione è garantita a tutti, non quella di infangare altre persone (alcune, come in questo caso, che nemmeno potevano difendersi) senza poi pagarne le conseguenze. Sempre ammesso che il Tribunale riconosca fondate le tesi che l’accusa sosterrà in aula.

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