Strage di Erba. Lettera dal carcere di Olindo Romano: «Ora qualcuno ha paura di aver sbagliato»
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Strage di Erba. Lettera dal carcere di Olindo Romano: «Ora qualcuno ha paura di aver sbagliato»

Una lettera, una nuova inchiesta televisiva, l’ostinazione di un avvocato, l’annuncio di una clamorosa intervista. E poi, l’interesse dell’opinione pubblica che non sembra diminuire nonostante gli anni.
La strage di Erba è un anomalo cold case. Chiuso dal punto di vista giudiziario; aperto da quello giornalistico.
Proprio questa mattina approda nelle edicole il nuovo numero del settimanale Oggi nelle cui pagine è pubblicata una lettera spedita dal carcere da Olindo Romano, l’ex netturbino di Erba condannato in via definitiva all’ergastolo – assieme alla moglie Rosa Bazzi – per la mattanza della corte di via Diaz del dicembre 2006.
L’ufficio stampa della rivista ha lanciato ieri un’anticipazione della lettera inviata da Romano al giornalista di Telelombardia Marco Oliva.
«Nutriamo ancora speranze – scrive Olindo, il quale professa la sua innocenza e quella della moglie Rosa – Abbiamo saputo che non tutti i reperti mai analizzati sono stati distrutti. Meno male. I nostri avvocati faranno di tutto per analizzarli, sempre che nessun altro ci metta il cosiddetto bastone tra le ruote e con la speranza che da questo possa uscire la verità, ovvero che siamo innocenti».
Una verità diversa da quella giudiziaria che, secondo Romano, a qualcuno potrebbe «fare paura. Sicuramente avranno paura i veri responsabili della strage, ma ora penso che abbia paura anche chi ci ha giudicato. Non sarebbe facile ammettere un clamoroso sbaglio».
Chi ha sempre sostenuto la tesi dell’errore giudiziario è l’avvocato Fabio Schembri, tessitore da anni di tutti i fili della possibile tela innocentista.
«Il quadro sta diventando davvero complicato – ha detto ieri pomeriggio ai microfoni di Etv il legale dei coniugi erbesi – i reperti custoditi dal Tribunale di Como sono stati distrutti, nonostante la Corte di Cassazione dovesse ancora esprimersi sulla nostra istanza (di nuove analisi, ndr) e nonostante vi fosse un provvedimento di sospensione della distruzione delle prove. Sono state conservate solamente quelle custodite a Pavia e dai Reparti di Investigazione Scientifica (Ris) dei carabinieri di Parma. Ho visto Olindo venti giorni fa – ha aggiunto l’avvocato Schembri – lui spera ancora di poter dimostrare la sua innocenza e quella della moglie. Certo, trascorrere dodici anni in carcere non è semplice ma stanno emergendo elementi importanti, anche alla luce dell’inchiesta condotta dalla trasmissione di Italia 1, Le Iene».
Il quadro «si complica – conclude Schembri – ora si dovrà fare nuova luce su intercettazioni mai acquisite e sui molti reperti distrutti».

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25 ottobre 2018

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Dario Campione

Dario Campione dcampione@corrierecomo.it


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