Canton Ticino, stretta sui permessi B e G di frontalieri e stranieri residenti. Norman Gobbi ammette: «C’è stata»

Svizzera, dettaglio targa canton Ticino

«Laddove la legge consente all’autorità degli stranieri un margine d’apprezzamento, la stessa [autorità] ha sviluppato delle proprie prassi che servono a delineare una linea comune al suo interno». In un linguaggio volutamente ambiguo – abitudine, questa, che la politica sembra fare propria a qualunque latitudine – il direttore del dipartimento delle Istituzioni del Canton Ticino, il leghista Norman Gobbi, ha ammesso giovedì scorso, davanti al Parlamento di Bellinzona, che la tanto contestata “stretta” sui permessi a frontalieri e stranieri residenti c’è stata. Anche se, ha ribadito, «nessuna decisione è stata presa illegalmente».
Come si ricorderà, all’inizio di settembre un’inchiesta dei giornalisti di Falò, storica trasmissione d’inchiesta della Rsi, aveva portato alla luce il caso dei molti ricorsi approvati dal Tribunale amministrativo cantonale contro le decisioni restrittive del dipartimento di Gobbi in merito al rinnovo dei permessi B (stranieri residenti) e G (frontalieri).
Il caso, diventato subito politico e finito anche nelle aule del Senato italiano grazie a un’interpellanza di Alessandro Alfieri (Pd), è stato discusso tre giorni fa in Gran consiglio. Gobbi è stato infatti chiamato a rispondere a un’interpellanza dei deputati del Movimento per il Socialismo (Mps), interpellanza nella quale si parla di «modalità di agire illegale e contraria alla giurisprudenza».
Il «Tribunale amministrativo cantonale – ha detto Gobbi in aula – ha messo in discussione l’apprezzamento, troppo restrittivo o troppo largo, di alcuni parametri legali». Ha cioè sindacato non il merito delle scelte compiute, ma l’applicazione delle norme.
Una giustificazione poco plausibile, se è vero che in oltre il 50% dei casi il Tribunale ha ribaltato le decisioni dell’ufficio stranieri del Canton Ticino. «L’apprezzamento di alcuni parametri legali» di cui ha parlato Gobbi altro non è che il giro di vite imposto dal consigliere di Stato leghista e clamorosamente smentito dai giudici amministrativi.
D’altronde, durante il dibattito televisivo seguito alla messa in onda dell’inchiesta di Falò, l’avvocato Paolo Bernasconi aveva evidenziato come «nel settore della migrazione le leggi non venissero rispettate» e come le autorità cantonali «continuassero a ignorare i segnali manifesti e espliciti forniti dal Tribunale amministrativo».
Lo stesso Gobbi, subito dopo, aveva rivendicato la «scelta politica» compiuta «in sede di ricorso in prima istanza» tesa a suo avviso a «tutelare le decisioni dell’ufficio della Migrazione, proprio perché l’ambito della sicurezza pubblica è uno dei pochi che permette all’autorità cantonale di non concedere permessi di dimora e di lavoro sul proprio territorio».
Una «chiara volontà», l’ha definita Gobbi, su cui si è poi dovuto giocoforza fare un passo indietro «perché nemmeno al consiglio di Stato piace perdere in Tribunale, anche se questo fa ribollire le “busecca”».

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1 Commento

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    4.Mori , 1 Ottobre 2020 @ 17:39

    Ma dai!!!

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