Suicidio assistito, non nel nostro nome

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di Mario Guidotti

A proposito di “fine vita” la Corte di Cassazione ha alzato un piano inclinato scivolosissimo sul quale sarà impossibile stare solidamente in piedi. Malati, parenti, medici, care-givers, avvocati, notai, amministratori di sostegno, pubblici ufficiali, ne vedremo delle brutte.

In un campo difficile,  doloroso, intimo, che si chiamava rapporto medico-paziente si sono infilati (a gamba tesa) i giudici, perché tirati per i capelli da chi a tutti i costi, brandendo il nome di chi è già trapassato, voleva forzare, rendere pubblico e generalizzare qualcosa che invece è estremamente delicato,  privato e strettamente individuale. E così siamo sulle prima pagine dei giornali, nei talk show, a darci botte da orbi, ad insultarci e soprattutto a fare di ogni erba un fascio.

Vediamo di capirci qualcosa: la Corte dice che non è punibile chi agevola il suicido assistito (notare l’ipocrisia: chiamatelo omicidio, cos’altro è iniettare un veleno mortale ad un vivo per farlo morire?) al paziente che deve essere “tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”.

Sappiate che ogni giorno noi visitiamo pazienti con queste caratteristiche e che un numero altissimo afferma, in piena lucidità, “dottore, per stare così è meglio morire”.

Ora, procediamo con tutti con il “suicidio assistito” o cerchiamo di lenire loro il dolore fisico e psicologico? E magari di curare meglio la loro malattia cronica irreversibile (lo sono il 70%, è bene sapere). E, ditemi, che cosa sono i “trattamenti di sostegno vitale”? Non sempre tubi che respirano per noi. Spesso solo protesi o strumenti per “saltare” un ostacolo di alimentazione. Magari neanche per sempre. Chi ci mettiamo allora su quel piano inclinato scivolosissimo?

Prego i giudici a questo punto di elencare anche le malattie che devo o non devo considerare, e i vari stadi delle stesse. Che scale di punteggio dovremmo utilizzare? Un Parkinson con 5 di punteggio può essere assistito a morire ed uno con 4 no? E i malati di Alzheimer, fino a quanta (poca) demenza possono decidere e quando non più? Ah, vale che a 20 anni avevano detto che non volevano invecchiare male? Era stata una sorta di “direttiva anticipata”? E nelle brutte polmoniti su organi malati irreversibilmente per l’età e 50 anni di sigarette cosa dobbiamo fare?

E posso procedere quando gli amministratori di sostegno di un malato mi diranno “dottore, non ce lo lasci lì in una qualche maniera, mi raccomando” (altra frase che ci viene detta un giorno sì e l’altro pure in ambienti ospedalieri)?

Ma secondo voi i medici sono dei cattivoni che trattengono in vita i malati gravi con le unghie per farli soffrire? Per fare casistica? Per fare che cosa sulla pelle di chi?

Non pensate che nell’intimità di quel famoso rapporto abbiamo la sensibilità di capire quando basta così il dolore e che abbiamo già i mezzi per gestirlo, senza che terze persone entrino a sventolare bandiere e proclami? Vogliono fare altri? Non nel nostro nome.

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