Sul Lario c’è ancora chi tiene alta la bandiera del cinema d’autore

Lago della bilancia
di Lorenzo Morandotti

Nella città senza cinema (o quasi), in cui i primi multisala raggiungibili richiedono chilometri da macinare rigorosamente in automobile, una buona notizia tiene desti i cinefili e apre un orizzonte di speranza, in attesa che siano risolte magagne ciclopiche come l’ex multiplex di Camerlata fermo da anni e il vecchio Politeama, spento esso pure da tempo immemore e con futuro ancor più incerto. La buona notizia è piccola ma densa di significato. Da oggi e fino a domenica prossima (con coda da

mercoledì 29) all’Astra di viale Giulio Cesare, l’unica sala generalista del capoluogo (il Gloria è adibito per lo più ai film d’essai), andrà in scena il capolavoro del riservatissimo Terrence Malick L’albero della vita, con Brad Pitt e Sean Penn, Palma d’oro alla 64ª edizione del festival di Cannes. Un film lungo e non facile ma di forte impatto, firmato da un artista di culto che ha girato pochissime opere sempre circondate da grande attesa. Un film dall’impatto visivo molto ricercato (lo stile per alcuni richiama 2001: Odissea nello spazio di Kubrick) e soprattutto dalla forte impronta spirituale, che si interroga addirittura sul senso dell’esistenza. Quanto di più inattuale e quindi fondamentale oggi, in tempi di velocità esasperata, di film superficiali e fracassoni, che sull’altare dello spettacolo puro sacrificano ogni slancio etico e poetico. Un plauso a chi gestisce l’Astra – l’Ufficio Spettacoli della Diocesi – perché, come pochi altri che in città promuovono cineforum di qualità, ha capito il primario ruolo culturale di cui è investito chi tiene alta la bandiera del cinema d’autore in un contesto in cui prevale il cinema di matrice industriale. Ben sapendo che un film su cui meditare e discutere è anche un momento di aggregazione e di crescita sociale importante.

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