Sul San Martino tante idee e nulla di fatto

opinioni e commenti di marco guggiari

di Marco Guggiari

L’allarme lanciato l’altro giorno sul San Martino dal presidente del Parco Spina Verde («Quella collina è una giungla») rilancia il tema di un’area alle porte di Como in gran parte inutilizzata e preda del degrado. Un polmone verde, come si è soliti dire, di immediata evidenza se solo si sale qualche tornante lungo la strada che va verso Civiglio e Brunate.

Il fatto è che il dibattito sul miglior uso di questi immensi spazi, otto ettari di superficie, di proprietà di Asst Lariana e Ats Insubria, è decisamente ricorrente e ciclico. La periodicità degli spunti e delle idee lanciate per valorizzare in chiave cittadina l’appezzamento a cui si accede da via Castelnuovo è quasi annuale, al più biennale o triennale.

Uno specifico focus dedicato da questo giornale a inizio 2013, non a caso, recava in prima pagina il titolo “La collina dei desideri”. Anni prima si era parlato di campus per infermieri, quando gli ospedali comaschi facevano fatica a tenere questi professionisti sul territorio, attratti com’erano dagli stipendi che offriva e offre tuttora la vicina Svizzera. Si ventilò una cittadella sanitaria, che nel 2011 iniziò a essere faticosamente realizzata nel vecchio Sant’Anna. Nel 2014 prese corpo l’idea del campus universitario, ma non se ne fece nulla e nel tempo Como perse così la sede decentrata del Politecnico. Un impoverimento di identità, di funzioni, di opportunità.

Nel 2017 era stata ipotizzata una foresta urbana aperta a tutti con la possibilità di praticare la “forest therapy”, un’immersione benefica nella natura con atteggiamento contemplativo. Nel 2019 fu lanciata la proposta di un centro internazionale di cultura e innovazione per seta e legno-arredo. L’anno scorso, infine e per ora, si riaffacciò l’idea di un campus non più universitario, ma delle scuole medie superiori, a partire dal Setificio. Di tutto e di più, con l’intento lodevole di tenere alta l’attenzione sul comparto del San Martino, senza però che si sia mai riusciti ad andare oltre.

Se ne cava una prima conseguenza. Se le istituzioni locali credono davvero a una possibile destinazione, sarebbe meglio mettersi d’accordo tutti insieme (la solita difficoltà comasca) per poi lottare, ancora insieme, al fine di accedere alle risorse necessarie. Questo non è mai veramente avvenuto ed è un grave limite metodologico e di merito.

Non va poi dimenticato che fino al 1998, quando se ne andarono gli ultimi pazienti, per oltre un secolo, la collina di cui parliamo ha ospitato l’ospedale psichiatrico di Como. Lì giunsero a vivere fino a mille pazienti. Oggi restano pochi servizi sanitari, nel 2013 c’era ancora un centinaio di dipendenti dell’allora Asl in uffici e ambulatori aperti, con 25mila utenti all’anno. Restano sedi di associazioni, comunità psichiatriche riabilitative, l’Arca per il recupero delle persone che soffrono di dipendenze, l’Hospice.

Il San Martino era stato una città nella città. Molti pazienti, per buona parte del ’900, lì erano lavoratori. Producevano stoffe e scarpe e, nelle stalle con le mucche, latte e formaggi per tutti. Coltivavano orti, i cui prodotti erano destinati all’intero quartiere.

Ecco qui la seconda amara lezione: i comaschi di una volta, quelli di un secolo e più passato, erano molto più determinati e bravi di noi. Al netto, naturalmente, del dolore di quanti su quella collina hanno passato misere vite da reclusi in manicomio, non necessariamente affetti da insanità mentale. Dopo metà agosto il San Martino ospiterà le vaccinazioni anti-Covid. Un altro faro potenzialmente utile. Sempre che, una buona volta, si uniscano le forze per puntare al risultato.

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