Sulle orme di Renzo nella Milano di Manzoni

La Chiesa di San Carlo al Lazzaretto a Milano, tappa della passeggiata manzoniana

Passeggiata nei luoghi dei “Promessi sposi”

Rileggere “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni è utile per ripercorrere la storia di quei meccanismi di rabbia e paure collettive che – benché il Coronavirus non sia la peste manzoniana – paiono ripetersi nonostante i progressi della scienza. Nei capitoli XII e XIII, in particolare, Manzoni descrive la venuta a Milano di Renzo regalandoci una delle descrizioni più drammatiche e coinvolgenti: l’assalto ai forni causato dall’aumento indiscriminato del prezzo del pane. E Renzo, appena giunto in città, si ritrova proprio nel mezzo del tumulto.
Una passeggiata per Milano permette di rivivere quei momenti, proprio mettendosi nei panni di Renzo Tramaglino e seguendone il cammino dal momento in cui, lasciata Lucia al convento di Monza, si dirige a Milano, città che non ha mai visto, per cercare rifugio al convento di padre Bonaventura. Avendo sotto mano il testo manzoniano si può immaginare lo stupore con cui il giovane Renzo si avventurò per le strade che lo portarono fino al Duomo. Probabilmente Renzo percorse la strada che, da Monza, attraversava quella che oggi è Sesto San Giovanni, per poi arrivare nella zona dell’odierna stazione di Greco Pirelli e incrociare il Naviglio della Martesana. Il piccolo terrapieno su cui si fermò ad ammirare il Duomo in costruzione si trovava in prossimità della Cassina de’ Pomm. Una costruzione che risale al Settecento, edificata in una conca del Naviglio dove era presente la coltivazione dei meli, da qui il nome “de’ Pomm”. Il Naviglio della Martesana – che doveva collegare Milano con l’Adda e con il Lario – fu iniziato da Francesco Sforza nel 1457 con la collaborazione di Leonardo da Vinci e finito nel 1482.
Dopo aver incrociato il Naviglio della Martesana Renzo si dirige lungo quella che ora è via Edolo, che diventa poi via Filzi: camminando lungo questo viale troviamo oggi il grattacielo Pirelli e la Stazione Centrale; sulla sinistra, la Torre Unicredit e il quartiere nuovo di Milano.
Renzo chiede indicazioni per il convento: Siete fortunato, bravo giovine – gli risponde un uomo – il convento che cercate è poco lontano di qui. Prendete questa viottola a mancina: è una scorciatoia: in pochi minuti arriverete a una cantonata d’una fabbrica lunga e bassa: è il lazzaretto; costeggiate il fossato che lo circonda, e riuscirete a porta orientale. Entrate, e, dopo tre o quattrocento passi, vedrete una piazzetta con de’ begli olmi: là è il convento: non potete sbagliare.
La “viottola a mancina” è via San Gregorio. Renzo giunge al Lazzaretto, di cui resta oggi un unico tratto al numero 5 di via San Gregorio. Del Lazzaretto rimangono solo alcune stanze delimitate dal muro in mattoni descritto dall’uomo che ha fornito le indicazioni. Realizzato fra il 1489 e il 1509, l’edificio prende il nome dal suo costruttore, Lazzaro Palazzi, e ospitava i malati di peste tenuti lontani dall’Ospedale Maggiore. Occupava le vie intorno a San Gregorio fino a corso Buenos Aires ed era circondato da un fossato, il Redefossi, che traeva le sue acque dal Naviglio della Martesana. Al centro del Lazzaretto (ora in una rientranza di viale Tunisia) sorgeva la chiesa di San Carlo, edificata nel 1585 dall’architetto Pellegrino Tibaldi. Di fronte alla chiesa c’è l’Osteria della Luna Piena, nome evocativo anche se non è quella in cui soggiornò Renzo quella notte.
Dopo aver svoltato in corso Buenos Aires si scorgono i due Castelli ovvero i due Bastioni di Porta Venezia, che Renzo conosceva come “Porta orientale”. È da qui che il giovane entra a Milano. Proseguendo lungo via Luigi Majno si arriva alla via Borghetto, dove si trovavano un tempo il convento e la chiesa dei Frati Cappuccini e la Colonna di San Dionigi. Proprio vicino a questa colonna Renzo vede del pane abbandonato sul pavimento e una famiglia che trasporta pagnotte e farina avvisaglia del prossimo tumulto.
Renzo si avvia verso il convento di Padre Bonaventura (di cui non rimane traccia) per chiedere la protezione dei frati cappuccini. Ma è incuriosito dai tumulti e non resiste alla tentazione di andare in esplorazione. Smangiucchiando del pane si incammina in direzione del Duomo imboccando corso Venezia. In piazza San Babila Renzo viene travolto dalla folla. Poco distante, all’inizio della Corsia de’ Servi, si trovava infatti il forno a cui i milanesi, esasperati dalla carestia, avevano dato assalto la mattina di quel 13 novembre. Il forno, detto “delle grucce” (El prestin de scansc in dialetto), non esiste più, ma è rimasta una targa che commemora la rivolta e il passaggio di Renzo. La Corsia de’ Servi è oggi il celebre corso Vittorio Emanuele (la targa si trova tra i numeri civici 3 e 5). La vicina chiesa di San Carlo al Corso sorge sui resti della chiesa medievale di Santa Maria de’ Servi: un edificio che Renzo deve aver visto.
Se si percorre via Santa Radegonda ci si imbatte nella chiesa di San Fedele dove si incontra una statua dedicata al Manzoni. Le versioni sulla sua morte sono molte: una di queste vuole che sia avvenuta a causa di una caduta sulle scale di questa chiesa. Imboccando via degli Omenoni, dietro la chiesa di San Fedele, si giunge alla casa di Manzoni, dove lo scrittore visse con la moglie Enrichetta Blondel dal 1813 fino alla sua morte. L’edificio ospita un museo che vale la pena visitare.
Tornando a Renzo, si lascia trasportare dalla calca e, dopo essere passato di fianco a “quella gran macchina del Duomo”, giunge in uno dei luoghi più antichi di Milano: piazza dei Mercanti con il Palazzo della Ragione o nuovo Broletto, spazio deputato alle funzioni di tribunale. Da qui giunge al Cordusio definito da Manzoni come “una piazzetta o un crocicchio”, oggi punto di intersezione di piazza Duomo e di via Dante con il colpo d’occhio sul torrione del Castello Sforzesco. Il viaggio di Renzo termina qui, all’imbocco con via Meravigli, dove si trovava la casa del vicario di provvisione. Renzo tornerà all’Osteria della Luna Piena, per poi essere costretto alla fuga.

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